Firewall

A v0lte ho come l’impressione che ci troviamo di fronte una nuova era, che siamo all’inizio di una sperimentazione di forme e linguaggi del tutto nuovi. E come principianti proviamo, sbagliamo e riproviamo di nuovo. Molte voci si alzano indignate verso questi tentativi di allontanarsi dal preesistente per lanciarsi verso l’ignoto, ma personalmente diffido dalle persone che non hanno il coraggio d’immaginare l’impossibile. Solo chi ha il coraggio di pensare in modo nuovi potrà vedere albe differenti. Ecco perché voglio dedicare spazio all’ultimo lavoro di Aaron Sherwood, Firewall. Una sottile lamina di spandex, una membrana che si dilata al tocco dell’interlocutore e grazie ad esso si anima. Un’interazione fra macchina ed essere umano, visivo e sonoro, arte e tecnica.

L’opera vive del tocco del fruitore e la musica cambia in base al tocco stesso, grazie al Kinect che registrando la profondità della deformazione della membrana modula l’intensità della musica. Sherwood ha realizzato quest’opera all’interno di un percorso di ricerca che lo  porterà nel giugno del 2013 a presentare al pubblico una performance, Mizalu, in cui dei ballerini interagiranno con una grande pellicola di spandex nel tentativo di riflettere sugli spazi interstiziali fra vita e morte.

Transmedialità, convergenza chiamatela come volete ma il concetto di fondo non cambia. Nella fusione di più media nascono oggetti incredibili. A me continua a venire in mente la mia professoressa dell’università che il primo giorno di lezione ci disse:

I bastardi (nel senso i meticciati, i misti, il né carne né pesce) beh salveranno il mondo.

 

Carsten Nicolai

Unidisplay è l’ultimo grande lavoro dell’artista tedesco, Carsten Nicolai, ospitato dal Hangar Bicocca. Sei monitor affiancati per una lunghezza complessiva di 50metri, chiusi fra due specchi. Giovedì 29 novembre l’artista ha animato la sua creatura allestendo un live di circa un’ora avvolti nella musica dai bassi roboanti e allucinati dalle composizioni visive.

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Un grande meccanismo che mi ricordava vagamente la complessità del mondo, dissezionata nelle sue parti analizzando il rapporto frenetico fra immagine e suono. Giochi di rifrazione, illusioni ottiche, contrasti cromatici. E ancora frequenze sonore che impazziscono graficamente, grandi shock cromatici associati a suoni dissocianti. Modularità e dissoluzione del modulo, fra ritmicità e dissonanza.

Gli specchi amplificano il gioco creando una serie infinita, una partitura estesa in cui perdersi. Un’ora in cui rimanere immersi, travolti da un’altra rappresentazione spazio-temporale. Tuttavia quella stessa modularità e il tentativo di fusione tra suono e sua rappresentazione grafica non riesce a giungere a una compiutezza che le dia un senso ulteriore che il mero esercizio tecnico.

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Se  per i primi venticinque minuti ho avuto l’impressione di assistere ad una grandiosa rappresentazione del mondo nelle sue parti, di essere insomma di fronte ad un’opera d’arte; confesso che il gioco poi si sia svilito ripiegandosi sull’attesa di colori edibili e divertenti effetti grafici. Ho avuto il dubbio di trovarmi di fronte ad un BEL dj-set, forse con tutti quei bei monitor si poteva osare un poco di più e lanciarsi in nuove rappresentazioni.

 

Cyprien Gaillard

Questo qui sopra è Cyprien Gaillard, classe 1980 francese anzi, peggio, parigino. Si è formato in Svizzera e attualmente è uno degli artisti più chiacchierati della sua generazione. Forse è perché in occasione della sua personale, al KW Institute for Contemporany Art di Berlino la scorsa primavera,  creò un opera “sull’arte del bere”, ovvero The recovery of discovery. Una gigantesca piramide di scatoloni di birra in cui gli spettatori…beh dovevano solo sedersi a bere una birra e chiacchierare  (cosa che viene molto bene ai berlinesi, bisogna dirlo). I parrucconi hanno detto che quella roba non era arte e Cyprien era, orrore, ubriaco. I parassiti gongolavano in un angolo sfregandosi le mani. Qualsiasi sia il vostro vessillo, è doveroso ammettere che questo tipo ci sa fare. Fondamentalmente per due motivi molto semplici (ma forse difficili proprio per questo): punto uno fa delle belle foto, dei bei video e anche le incisioni e le altre stronzatine per arrotondare (acquarelli, lavori su carta, ecc…) non sono male; punto due il suo lavoro ha un senso, lui lo sa e lo spiega tranquillamente, senza divismi eccessivi.

Stringendo all’osso la sua poetica si può dire che Cyprien lavori essenzialmente su due temi ovvero le utopie moderne e il romanticismo urbano, che sono poi in effetti strettamente connessi. La sua attenzione si concentra su gli edifici in procinto di essere demoliti, quei ruderi che riempiono le città di mezzo mondo. L’artista spiega che sente una fascinazione verso questi resti del passato molto simile a quella che provavano i pittori francesi del Settecento, i Rovinisi francesi. Questa connessione è ben evidente anche nelle sue incisioni, acqueforti paesaggistiche in cui spuntano  alcuni degli edifici tanto amati.

Non so voi, ma a me fa piacere sapere che c’è qualcuno nel mondo che è riuscito a formulare e a costruire una poetica su questo argomento, che personalmente ho sempre sentito mio. A questo tema della rovine si lega del resto anche il prossimo progetto dell’artista francese, raccogliere le rovine degli edifici demoliti e costruire un parco nel sud della Francia per ospitarle, un po’  come facevano quei romanticoni francesi nel Settecento. Il tema del romanticismo urbano è evidente nello sguardo stesso di Gillard che da uomo del proprio tempo instaura un dialogo bizzoso con la natura naturale e la natura trasformata dall’uomo:

Scegliere di riprendere questi spazi abbandonati è un atto che col tempo si è caricato di un altro significato. Molti paesi europei hanno adottato delle assurde politiche di bonifica che comportano la distruzione o la totale ricostruzione di questi edifici. L’emergenza di questa situazione ha quindi spinto il mio lavoro oltre i confini della pura attrazione, perchè potrei essere uno degli ultimi a documentare l’esistenza di queste “rovine”

Innegabile anche il legame con la Land-Art; il primo libro del ragazzo s’intitolava proprio “La Land-Art non è morta” segno evidente che la sua formazione deve tanto a questa corrente e infondo come dice lui stesso:

Penso che l’unica dimensione utopica del mio lavoro sia il suo essere prodotto al di fuori degli studi, dei laboratori, in uno sforzo (che condivido con la Land Art) di riconciliare il mondo dell’arte con quello reale

Gaillard lavora molto anche con il video e, oltre a testimoniare la demolizione degli  edifici e altri lavori sempre connessi al tema delle rovine, nel 2002 ha cominciato  una serie di cortometraggi.

S’intitolano tutti  Real Remnants of Fictive Wars, in  sintesi l’artista mette in scena delle  nuvole di fumo che appaiono all’improvviso e in modo parecchio inquietante all’interno di bucolici paesaggi (state buoni lui l’ha fatto nel 2002, il nugolo di hipster nel 2012…) Ecco la sua illuminante spiegazione del progetto:

La nube che si forma da questi estintori cancella letteralmente il paesaggio. In seguito questo viene ridisegnato, quasi come se la nube, che un momento prima lo ha annichilito, lo riportasse in vita e gli conferisse una dimensione più profonda. È qualcosa che ha a che fare con il processo di rappresentazione. Moltissimi paesaggi non sopravvivono a questo processo e, anche se possono essere stupendi, una volta che sono catturati e rappresentati da un artista muoiono. Il mio intervento distrugge il paesaggio ma in realtà gli permette di sopravvivere alla sua rappresentazione.

Se siete giunti fino alla fine di questo “articolo” vuol dire che o siete miei amici oppure vi interessa davvero Cyprien Galliard. Se è il secondo caso vi informo che potrete vedere i suoi lavori live a partire dal 13 di novembre alla Caserma XXIV Maggio in
via Vincenzo Monti, Milano, grazie all’intervento di quei simpaticoni della Fondazione Trussardi.

Si ringrazia Mousse per esistere e per le sue bellissime interviste, da cui ho preso gli interventi di Gilliard.

Ori Toor

Le sue animazioni sono a dir poco ipnotiche. Cascate di colori e di forme che si rovesciano una dentro l’altra. In un loop di fluidità cromatiche affascinanti, questo illustratore israeliano realizza  video  seducenti  da cui è impossibile staccarsi, un gigantesco sogno ad occhi aperti  in multicolor. Guardando i suoi lavori si entra in un’altra dimensione, dove ci si può perdere per un po’.

 

Questo è il suo ultimo lavoro, realizzato per i Kingdom Crumbs, gruppo hip-hop di Seattle.

 

Infine l’evoluzione della vita in Ori Toor’s Style per il pezzo Lion in a Coma dei miei adorati Animal Collective.

 

Enjoy it!