China, a new love to photograph

Cina. Gli argomenti su di lei sono tanti, la paure ancora di più. Ho amici che mi hanno confessato di non riuscire a stare per più di un paio d’ore a Chinatown, qui a Milano. Altri che si dichiarano entusiasti e dicono che senza di loro non si saprebbe come fare (in qualche modo faranno visto che, causa crisi, i cinesi d’Italia stanno pensando di andare verso lidi più fertili). Di sicuro l’attenzione sulla Cina è forte, in tutti i campi. Così anche nell’arte contemporanea da un paio di anni  qualunque cosa sia targata “Made in China” riesce a intercettare l’attenzione dei galleristi e in generale gode di indulgente favore nei mercati Occidentali.  Ma non c’è da scandalizzarsi a metà Ottocento l’Occidente s’innamorò perdutamente del Giappone (vedi Impressionisti), e prima ancora dell’Egitto (vedi Napoleone). Adesso è il turno della Cina. Ma non solo per le opere degli artisti cinesi venuti in cerca di fortuna in Occidente, anche parecchi artisti occidentali si sono recati in Cina alla ricerca dell’altrove.

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Philip Sinden

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Philip Sinden

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Philip Sinden

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Nadav Kander

Nadav Kander

Nadav Kander

Questo è solo un piccolo assaggio ovviamente, ma sono a mio parere delle immagini forti in grado di svelare perchè questa nazione gigantesca ci affascini e al contempo di respinga. Un mondo totalmente diverso dal nostro abituale e soprattutto un mondo che sta cambiando vorticosamente sotto i nostri occhi, mentre  assistiamo impotenti dall’altra parte.

Sebastien Tellier e le notti di neve

 

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Sebastien Tellier non ha fatto un nuovo album e no, Sebastien Tellier non suonerà presto in Italia. L’ultima volta fu quest’estate a Milano, per l’esattezza Carroponte a Sesto San Giovanni. Conservo ancora il biglietto integro, perché quella volta molto scioccamente non ci andai (da quell’esperienza ho capito una cosa molto importante: diffida dalla gente che non è curiosa). In ogni caso vi tedio oggi con Sebastien perchè ho scoperto che è bellissimo passeggiare di notte sotto alla neve, a Milano. Ed è ancora più bello se passeggi insieme alla musica di Tellier.

Con quel suo faccione a metà fra Gesù Cristo (vedi copertina ultimo album ) e una simpatica canaglia russa, di quelle che un attimo prima di spaccarti la bottiglia di Beluga in testa ridono insieme a te delle stranezze delle donne, Tellier mescola pop, elettronica lo-fi e dance realizzando un miscuglio dall’ardua digeribilità. Il suo primo album uscito nel 2001, L’Incroyable verité, era contraddistinto da un lirismo e da una ricerca musicale raffinata che non ha avuto eguali negli altri lavori. Il percorso di Sebastien Tellier appare come quello di un giovane, di belle speranza, d’innegabile talento che a contatto con lo star system ne viene letteralmente galvanizzato.

Dal 2004, Politics, sforna un album quasi ogni due anni: Sexuality nel 2008 (contenente la famosissima Divine ), e nel 2012 My God is blue trascinato dal censurato singolo Cochon ville (non ve lo devo dire, vero, che cochon è maiale in francese….)

Insomma un percorso musicale piuttosto variegato e un uomo narciso che ha costruito un immagine di sé come un gaudente epicureo. Ma a me piace tanto passeggiare sotto la neve insieme a Sebastien….

IMITATIONOFDEATH

Ultimi giorni di cartellone qui a Milano per lo spettacolo Imitationofdeath di Ricci/Forte. Il duo più irriverente del teatro italiano, dopo il successo dell’anno scorso con Grimmless, ci propone questo nuovo spettacolo in cui sedici performer mettono in scena sedici morti apparenti. Il lavoro prende spunto dall’universo narrativo di Chuck Palahniuk e affronta di petto uno dei rapporti più problematici della nostra società, anzi probabilmente affronta il problema principe: la nostra contemporaneità, il nostro essere ora qui adesso, in questo posto e in questo modo.

La nostra mediocrità, i nostri sogni che abbandoniamo lungo la strada e che diventano incubi che ci prendono alla gola, i compromessi a cui cediamo pur di non restare al freddo, i giorni vissuti con gli occhi chiusi. Una vita vissuta da morto, un’imitazione della vita. Ecco la critica che Ricci/Forte lanciano alla nostra società.

Vi saprò dire se come sempre mi sentirò presa a schiaffi dallo spettacolo di Ricci/Forte.

EUROTOUR

(Per una completa fruizione si consiglia l’ascolto di Mondo by Electric Guest)

Berlino Kottbusser Tor verso Wittenau

Hanno lo sguardo annoiato delle scimmie in gabbia. Interessantemente vago. I musetti tirati dagli chinon alti e compatti .Poi  capelli finto sbarazzino che accarezzano le guance. Miele, cioccolato, caffè e rosso erotico. Giocano con i piedi calzati da scarpette di vernice e calzini bianchi corti o neri lunghi fino a sotto il ginocchio. Stivaletti di pelle venduti già consumati, non c’è il tempo. Ondeggiano le loro gonne nere al vento del tunnel oscuro e si stringono sotto il braccio le bellissime ma scomode pochette. Hanno gli occhi poco truccati e sono un po’ raffreddate nei loro eleganti cardigan cascanti. Tengono le gambe ben dritte, il retro delle ginocchia abbrustolito, teso e invitante. Un piede dondola sulla punta, oscillano, si storcono, accavallano, incrociano. Trasudano difficoltà e slanciano le gambe fasciate nei jeans stretti. Rosa, ecrù, giallo paglierino, verde tenero. Mi accecano di luce, piene d’energia. Ognuna vuole essere sé stessa. Ognuna vuole essere unica, nel modo in cui sono uniche le sue amiche e quelle un po’ meno simpatiche. Soprattutto quelle un po’ meno simpatiche. Eteree nelle loro camicette di viscosa che si spaccia per seta. Piccole civette dagli occhi enormi quando ti guardano con la bocca rossa a cuore. Hanno paura, ogni tanto. C’è una dea con dei leggings argento, scarpe di cuoio consunto e un’impermeabile anni Ottanta, comprato lo scorso autunno da H&M. Fruga nello zaino in tela alla ricerca dell’iPhone. La sua collana, l’orologio a medaglione, dondola nel vuoto. Non ci casca più nessuno. Fuggite dai billboards che tappezzano la grande città, libere; si aggirano un poco festose ma non troppo alla ricerca di sano extravagante divertimento. Lisce come l’interno delle valve. Ostrichette. Sono riuscite a mimetizzarsi l’una con l’altra. Dev’essere come stare all’interno di un caldo utero, qualcosa in cui stai comoda. Parlano tra loro e si danno il cinque alto, qualcuna è stanca e pur di non sedersi per terra girovaga svagata attorno alle amiche che parlano del ragazzo carino ma timido, troppo, che le ha chiesto cosa beveva.

Arriva la metro ululando. Schiacciano cortesi il pulsante verde e sciamano verso i sedili in finta lana. Splendidi nel loro rapimento quei tre, ubriachi. Le due ragazze non riescono a star sedute e continuano a sobbalzare con le loro collant dorate leopardate sul rivestimento mimetico dei sedili. I capelli si agitano attorno ai loro visi eccitati. Gli occhi colati. Lui, una soda bellezza. S’ appoggia al palo e ogni tanto la mano sorregge la testa ricciuta.Le dita affondano nei capelli. Le guarda con il sorriso dimenticato sul viso. Parla con una e l’altra alza la voce, lì divide ridendo. Lui sorride ancora, nella sua maglia a righe, nei suoi jeans un po’ cascanti, nelle sue Clark. C’è nel loro intenso lavoro di sguardi scambiati avidamente, imperiosamente languidi e trasversali, una bellezza che si rifrange nella luce al neon. Ed è come se tutta quella loro energia, incanalata in quel modo, apparisse totalmente ingombrante. Tanto da sembrare già passata. Già vecchia. Come se quel momento, quella sera di giugno trascorsa a bere birre nel Bӧcklerpark e mangiare una pizza in AdmiralStrße, fosse già passato nel momento stesso in cui accade. Li vedo vivere, come attraverso un vetro. Scorgo un sorriso che è già la Storia di quel sorriso. Affiora già su di loro il ricordo di quella sera in cui erano giovani, liberi e probabilmente in procinto di innamorarsi vicendevolmente, secondo quelle strane alchimie che portano talvolta all’ incontro di anime. Un attimo di perfetto equilibrio.

Parigi Belleville verso Nation

Un angolo della gamba infinita mi passa davanti mentre aspetto la metro nel caldo soffocante della profondità. Visi d’angelo dalle gote rosate incorniciati da capelli biondi intrecciati, mi sbattono in faccia la loro faziosa ricerca d’identità.Vestite con il MUST HAVE di Urban Outfitters, mixano con scioltezza passato prossimo e remoto, e sono adesso troppo vicine per vedere. Un ammasso informe di linee e tendenze, topos. Parole e aspirazioni. Desideri sopiti e sensi di colpa per l’inettitudine di essere, oggi. All star borchiate concludono gambe miracolosamente bidimensionali. Nuche fresche e appetitose. E i ragazzi ostentano sagge barbe. Bugiardi. Leggono belle riviste con la carta lucida, e postano sull ’ultimo scandalo politico. Nelle loro camicie di jeans e da boscaioli cortesi rivendicano il diritto di averlo saputo per primi. Ondeggiano da parte alla mia testa i pigolii modulati e controllati di due ragazzine con le code laterali, i loro sguardi persi lungo le pareti mentre si assicurano di avere ancora le chiavi nelle borse Naj Oleari. Quei tre seduti sulla panchina sotto la scritta Bellville blu. Le piastrelle bianche riflettono la loro energia invadendo la galleria di tremolii inaspettati. Una delle ragazze ha i capelli lunghi un po’ scompigliati, il parka aperto sopra il maglione incolore. Dorme abbandonata con la testa indietro; gli amici con i gomiti appoggiati alle ginocchia parlano e parlano. I vagoni sfilano veloci ma loro restano fermi. Le loro teste ondeggiano e come calamite si attraggono verso il centro, in un moto oscillatorio continuo. Il crocefisso al collo di lei dondola fra le sue ginocchia ossute mentre ogni tanto si spinge i capelli indietro. Sono ubriachi e ridono lanciando la testa indietro e le gambe in avanti. Hanno gli occhi ancora ben aperti e la bocca è sciolta. Lui ha una maglietta di Heaters piuttosto larga e sopra una giacca da college. Si gira guardare l’amica addormentata e raccoglie la sua bag in tela BREAD BERLIN scivolata per terra. L’altra si accende una sigaretta “Que s’est-il dire que la chanson di XX” chiede lui. Passa ritmica una ragazza sui suoi scarponcini. “Je suis allé au concert de XX”. La ragazza ancheggiando arriva all’uscita della stazione. “Quelle aventure!” Dalla bocca dell’ubriaca cola un miracoloso filo di bava; perlato le scivola giù per il mento. L’amica dagli occhi stanchi ridacchia e le dà un bacio sulla guancia. Labbra rosa un poco screpolate su pelle candida, morbide si deformano in rallenting al contatto con la guancia cedevole. Un abbraccio di carne. Lui le dice qualcosa con gli occhi già torbidi di desiderio. Lei sorride. Gli carezza il viso, stanca e un po’ lasciva. E lui si allunga e per la nuca l’attira a sé. Passano interminabili e ignorati i vagoni della metrò. Vedo frame di loro negli sprazzi di vuoto. La loro luce insopportabilmente forte riempie lo spazio e grida al futuro che non conta nulla. C’è solo l’odore e le pelli a contatto, e un’amica che dorme.

Più in là un ragazzo si accende una Camel mentre la sua ragazza vomita nel cestino tendendosi i capelli lontani dal viso.

Milano Piola verso Abbiategrasso

La giacca di finto cuoio che non si consuma sui gomiti, il cardigan sempreterno ereditato dal padre; sotto la camicia Linus batte un limone giallo. In piedi sulle gambe storte, sfoglia nell’iPhone la musica da ascoltare in metro. Il viso bianco dal sonno, occhi gonfi. Capelli spettinati. Pesa l’aperitivo casalingo di ieri sera. Non c’è spazio per lanciarsi nel vuoto. Non c’è spazio per avere paura. Non c’è spazio per farsi tradire dagli occhi, per fermarsi ad ascoltare qualcosa che si vuole ignorare. Non c’è spazio per ammettere di non sapere nulla, non c’è spazio per ammettere che non sappiamo cosa fare.

Aspetta la metro e guarda la ragazza poco lontana da lui con i pantaloni color senape e la giacca di jeans troppo grande. Quella si rifà la coda alta che poi arrotola attorno all’elastico. La guarda frugare nella bella borsa. Lei lo guarda e gli sorride. Lui abbassa lo sguardo sulle sue scarpe di cuoio delavè. Scalcagnate.

Guarda il suo telefono ma non arriva nessun messaggio e sono sempre le 8.55. Scorre annoiato i vecchi messaggi, nessun nuovo messaggio. Tutto tace, lui tace. Oggi ha un colloquio, un bel colloquio da raccontare con nonchalance alla ragazzina giusta in caccia di scopate famose. O che potrebbero divenire tali, chissà magari fra qualche mese in tempo per il Mi Ami Ancora. Oh sì lo conosco, simpatico sai, non se la tira per niente, tranquillissimo davvero. Davvero. Pensavo fosse Karl Lagerfeld. All’ultima gli ha raccontato che non riesce ad avere relazioni serie perchè si annoia subito, è così pieno di energia come poterla riversare su una cosa sola, una persona sola? Sotto quei riccioli ci sono troppe idee, come può la realtà starci dietro? L’importante sono le idee, l’importante è avere sempre qualche cosa da fare, giornate in cui devi correre in giro per la grande città che ti ansima nell’orecchio e ti spinge addosso tutti gli altri. In un fiume che esce da Centrale tra le 8.20 e le 9.50. Sono preso, presissimo. Non ho tempo per fare niente, ho troppe cose da fare. Avere sempre una buona storia da raccontare, il pubblico deve ridere. Bilanciare le stronzate e la verità.

Una ragazza dai capelli corti  ossigenati passa volando nella sua camicetta a fantasia civette. L’importante è trovare le persone giuste. Quelle che ti aprono le porte. Cosa faresti tu se potessi fare quello che vuoi? Vorrei avere dei soldi, più soldi, tanti soldi. Per fare cosa? Per non fare nulla. D’una sincerità brutale nella sua abiezione.

Arriva il vagone, si sente il suo lamento lontano e poi i fari che diventano sempre più vicini. Guarda la gente passargli davanti veloci. Si aggiusta i capelli e si guarda attorno. Due ragazze arrivano correndo, risuonano i tacchi spessi degli stivaletti. Fermo. Si aprono le porte. Dentro. Sceglie un angolo a caso e si sistema le cuffie nelle orecchie. Scarpe da bambola in vernice nera, la caviglia sottile che s’innesta nel piede giallino per la calza color carne, una ragazza cinese lo guarda negli occhi. Si turba, abbassa lo sguardo. Si fruga nelle tasche dei jeans. Prende il cellulare. Meno male un messaggio. lo legge mangiandosi un’unghia. Si guarda brevemente attorno cercando la risposta. Ehi, sì, no, non lo so, boh, sì certo, ovviamente. Ma certo. Scusa ti ho scopato, siamo ancora amici no? Che vuol dire ancora amici? Non capisco cosa intendi, scusa.

Eravamo ubriachi, certo. Non dirle niente. Ma certo, ovviamente. Mi dispiace. Anche a me. Non dirle niente. Non possiamo dirglielo. Certo. Siamo amici. Siamo tutti amici. Lei si è addormentata. Non riuscirò a non dirle nulla. Devi stare zitta. Non ti voglio più vedere. Credo di essermi innamorata di te. Non sai quel che dici. Anche lei è innamorata. Vattene. Si guarda attorno con gli occhi orbi. Rimette via il telefono senza rispondere. Ho perso il telefono, non ricordo più dove l’ho messo. Andrà bene, andrà tutto bene. Un giorno dopo l’altro.

Una ragazza si alza in piedi con l’ultimo vestito dell’estate che le ondeggia attorno alle gambe per l’ultima curva prima della fine della sua corsa.

Cyprien Gaillard

Questo qui sopra è Cyprien Gaillard, classe 1980 francese anzi, peggio, parigino. Si è formato in Svizzera e attualmente è uno degli artisti più chiacchierati della sua generazione. Forse è perché in occasione della sua personale, al KW Institute for Contemporany Art di Berlino la scorsa primavera,  creò un opera “sull’arte del bere”, ovvero The recovery of discovery. Una gigantesca piramide di scatoloni di birra in cui gli spettatori…beh dovevano solo sedersi a bere una birra e chiacchierare  (cosa che viene molto bene ai berlinesi, bisogna dirlo). I parrucconi hanno detto che quella roba non era arte e Cyprien era, orrore, ubriaco. I parassiti gongolavano in un angolo sfregandosi le mani. Qualsiasi sia il vostro vessillo, è doveroso ammettere che questo tipo ci sa fare. Fondamentalmente per due motivi molto semplici (ma forse difficili proprio per questo): punto uno fa delle belle foto, dei bei video e anche le incisioni e le altre stronzatine per arrotondare (acquarelli, lavori su carta, ecc…) non sono male; punto due il suo lavoro ha un senso, lui lo sa e lo spiega tranquillamente, senza divismi eccessivi.

Stringendo all’osso la sua poetica si può dire che Cyprien lavori essenzialmente su due temi ovvero le utopie moderne e il romanticismo urbano, che sono poi in effetti strettamente connessi. La sua attenzione si concentra su gli edifici in procinto di essere demoliti, quei ruderi che riempiono le città di mezzo mondo. L’artista spiega che sente una fascinazione verso questi resti del passato molto simile a quella che provavano i pittori francesi del Settecento, i Rovinisi francesi. Questa connessione è ben evidente anche nelle sue incisioni, acqueforti paesaggistiche in cui spuntano  alcuni degli edifici tanto amati.

Non so voi, ma a me fa piacere sapere che c’è qualcuno nel mondo che è riuscito a formulare e a costruire una poetica su questo argomento, che personalmente ho sempre sentito mio. A questo tema della rovine si lega del resto anche il prossimo progetto dell’artista francese, raccogliere le rovine degli edifici demoliti e costruire un parco nel sud della Francia per ospitarle, un po’  come facevano quei romanticoni francesi nel Settecento. Il tema del romanticismo urbano è evidente nello sguardo stesso di Gillard che da uomo del proprio tempo instaura un dialogo bizzoso con la natura naturale e la natura trasformata dall’uomo:

Scegliere di riprendere questi spazi abbandonati è un atto che col tempo si è caricato di un altro significato. Molti paesi europei hanno adottato delle assurde politiche di bonifica che comportano la distruzione o la totale ricostruzione di questi edifici. L’emergenza di questa situazione ha quindi spinto il mio lavoro oltre i confini della pura attrazione, perchè potrei essere uno degli ultimi a documentare l’esistenza di queste “rovine”

Innegabile anche il legame con la Land-Art; il primo libro del ragazzo s’intitolava proprio “La Land-Art non è morta” segno evidente che la sua formazione deve tanto a questa corrente e infondo come dice lui stesso:

Penso che l’unica dimensione utopica del mio lavoro sia il suo essere prodotto al di fuori degli studi, dei laboratori, in uno sforzo (che condivido con la Land Art) di riconciliare il mondo dell’arte con quello reale

Gaillard lavora molto anche con il video e, oltre a testimoniare la demolizione degli  edifici e altri lavori sempre connessi al tema delle rovine, nel 2002 ha cominciato  una serie di cortometraggi.

S’intitolano tutti  Real Remnants of Fictive Wars, in  sintesi l’artista mette in scena delle  nuvole di fumo che appaiono all’improvviso e in modo parecchio inquietante all’interno di bucolici paesaggi (state buoni lui l’ha fatto nel 2002, il nugolo di hipster nel 2012…) Ecco la sua illuminante spiegazione del progetto:

La nube che si forma da questi estintori cancella letteralmente il paesaggio. In seguito questo viene ridisegnato, quasi come se la nube, che un momento prima lo ha annichilito, lo riportasse in vita e gli conferisse una dimensione più profonda. È qualcosa che ha a che fare con il processo di rappresentazione. Moltissimi paesaggi non sopravvivono a questo processo e, anche se possono essere stupendi, una volta che sono catturati e rappresentati da un artista muoiono. Il mio intervento distrugge il paesaggio ma in realtà gli permette di sopravvivere alla sua rappresentazione.

Se siete giunti fino alla fine di questo “articolo” vuol dire che o siete miei amici oppure vi interessa davvero Cyprien Galliard. Se è il secondo caso vi informo che potrete vedere i suoi lavori live a partire dal 13 di novembre alla Caserma XXIV Maggio in
via Vincenzo Monti, Milano, grazie all’intervento di quei simpaticoni della Fondazione Trussardi.

Si ringrazia Mousse per esistere e per le sue bellissime interviste, da cui ho preso gli interventi di Gilliard.

Tame Impala

I Tame Impala sono una band australiana di base a Perth che suona una miscela rock-psyco-groove con sane chitarre distorte e giri di basso ipnotici, una voce distante quanto basta senza essere noiosa. Li hanno paragonati ai Beatles, ai Pink Floyd, loro rispondono:

“The Tame Impala sound is one equally informed by The Beatles as it is beat poetry, by Turkish prog as it is by Turkish delight, and by English folk as much as homeless folk, and it’s a breathe of fresh air that reeks of all of these at times and none at others.”

Dopo aver registrato i primi demo sul tetto di casa sono riusciti a pubblicare un primo album nel 2010, Innerspeaker e quest’anno ci hanno regalato Lonerism. Che dire io ho cominciato ad approfondirli dopo che fra i commenti di YouTube ho letto il post di un ragazzo che li ha visti in concerto in Australia. Il post recitava più o meno una cosa così “Cazzo la mia mente fluttuava ovunque, e il suono era tutto attorno e dentro di me. Poi mi sono ricordato che non avevo preso nessun fottuto acido”. In ogni caso i ragazzi ci sanno fare e il 26 di ottobre saranno a Milano ai Magazzini Generali, unica data italiana.

“If Tame Impala’s music reminds you of what you’d want to put on when you next visit your mind’s engine room then they’re happy. If not, whatever, it’s just music. Put it on when the sun next shines. Basically it’s all about the feeling.” Non male come auto-definizione. Enjoy it!

 

 

 

La Notte, quando gli sceneggiatori sapevano il fatto loro.

Ieri sera complice il malumore non sono uscita, non volevo perdermi nella calca esuberante della Milano festaiola. Così mi sono guardata La Notte di Antonioni. Ma per certi versi è stato come uscire ugualmente.

Premetto che di questo autore avevo guardato solo Blowup fin’ora (guardato tra l’altro dieci anni fa, ormai) e non sapevo assolutamente nulla di quello che stavo per guardare. Sono rimasta affascinata da quella Milano primi anni Sessanta, dai viali che sullo schermo sembrano più grandi, dagli scorci che già allora coglievano il mutamento tutt’ora in corso: la vecchia città se ne va e sorgono nuovi palazzi e grattacieli che compongono strane mescolanze con le vecchie case dalle facciate orgogliosamente borghesi. E ancora Sesto San Giovanni agreste dove i ragazzi (eh che ragazzi, cazzo) si picchiano nei campi sterrati e dove altri ragazzi (temo i famosi cattocomunisti) sparano i razzi nel cielo fra le esclamazioni stupite degli spettatori. Il brivido semi-campanilistico di sentire sullo schermo un accento simile al mio, cosa un po’ rara, che mi fa chiedere sempre se quindi è davvero possibile ritrovare una poesia anche nelle cose che ci circondano tutti i giorni, nella lingua in cui siamo immersi e che sentita allo schermo ci stupisce un poco. Come quando si sente la propria voce registrata e si pensa “Ah ma quindi ho questa voce? E’ questo ciò che sentono gli altri”. Quello che mi ha colpito di più di questo film, oltre a un’incredibile Jeanne Moreau, oltre i movimenti di camera e la fotografia sono i dialoghi fra i personaggi.

Il soggetto e la sceneggiatura del film sono di Antonioni stesso, Tonino Guerra e Ennio Flaiano. Non ho mai avuto dubbio sulla straordinaria figura di Flaiano che adoro da quando qualche anno fa incappai per caso in Diario Notturno. Che uomo, che testa. Un’umorismo finissimo inusuale per un’italiano, la capacità straordinaria di cogliere la realtà più reale ancora di quanto ci appaia e restituirla alla pagina e soprattutto ai film. Stiamo parlando di un uomo che ha firmato le sceneggiature di I vitelloni, La dolce vita e ancora Luci del varietà, Guardi e ladri. Anche Tonino Guerra non scherza con, tra gli altri, Matrimonio all’italiana, Zabriskie Point, Uomini contro, Nostalghia ! Non parlo di Antonioni altrimenti non la smetto più. In ogni caso quello che mi ha sconvolto di questo film è la naturalezza della rappresentazione. La naturalezza con cui Lidia fugge dalla festa di Bompiani e vaga per Milano, sperduta. La rappresentazione della festa nella villa in Brianza del ricco industriale, di un pettine che noi  ora ci sogniamo. E i discorsi vivi e reali, non meramente verosimili ma veritieri. Dove sono finite queste persone capaci di restituirci la nostra vita sullo schermo al posto di darci triti dialoghi da “film” per l’appunto? Non so voi ma io guardando questo film ho rivisto decine di feste (non così belle purtroppo), ascoltato discorsi che ho fatto e sentito, visto dinamiche di seduzione e di gelosia vissute nella realtà, e infine parole che avrei voluto dire con la stessa intensità e precisione, ma non sono nè Flaiano nè Guerra.