Jacopo Benassi

Ieri sono stata a Micro, fra le tante cose che ho visto mi ha colpito il lavoro di Jacopo Benassi. Spezino, con un parterre rocker (che nella mia testa, non so perchè, si sposa benissimo con la città ligure) realizza dei progetti fotografici interessanti e profondi. Il suo è un bianco e nero non banale, e i soggetti si mostrano nudi sia in senso letterale che metaforico. Ti guardano in faccia e sembrano dirti: “Embè, che cazzo di aspettavi?”

Benassi investiga in tutta tranquillità i corpi nei i loro volumi, corpi che raramente vediamo fotografati. E sono come ceffoni in faccia.

I progetti nei loro temi, come ad esempio London Boy o LaSpezia is not Miami, non sono banali ma riflettono la decisione e la scelta di raccontare. Ecco le foto di Benassi raccontano, parlano, e soprattutto ti assorbono totalmente nel loro mondo.

Le sue fotografie sono una boccata d’aria fresca in mezzo all’esercito di fiche-anoressiche-lesbiche che ci fanno vedere la gigantografia della loro vagina e foto sfuocate che vorrebbero essere, brr, liriche. Qui sotto potete leggere una dichiarazione d’intenti dello stesso Benassi che può chiarirvi la sua poetica:

PHOTOGRAPHY MUST DIE: ACCORDING TO THAT,TALKINASS / ENTERS YOUR DATA VEINS LIKE VITRIOL; DIGITAL POISON WHICH CORRODES THE STYLES OF EVERY SOCIAL MEDIA BY TRANSFORMING ITSELF IN A PHYSICAL PHOTO. PHOTOS ARE VERMILION BRUISES AS THEY ARE LOVED WITH PUNCHES. LIKE THE SMILE AFTER A RETCH PHOTOGRAPY IF VIOLATING IS LOVING,SMILE BECAUSE YOU LL BE MUGGED. /

 

 

La leggenda di Kaspar Hauser by Davide Manuli

Sono stata fortunata,volevo vederlo da mesi e il Milano Film Festival 2012 l’ha proiettato con tanto di regista in sala (per la cronaca c’era anche Giuseppe Genna). L’opera si compone di un cast ridottissimo e i personaggi, come in un dramma antico, incarnano rassegnati il  ruolo a loro assegnato. Vincent Gallo è lo sceriffo che  alterna ossessivi Oh Yhea! Right! a uno spedito italiano conviviale, ma è anche il pusher dell’isola vero amministratore della giustizia (a piacimento della Duchessa alias una Claudia Gerini poco intensa). Abbiamo poi immancabile la puttana, la bellissima Elisa Sednaoui molto brava nel suo ruolo “sono una strafiga, vorrei scoparmi il pusher e fuggire con lui, ma infondo sono una brava ragazza”, il prete Fabrizio Gifuni, il servitore e poi certo Kaspar Hauser alias Silvia Calderoni.

Devo dire che i punti di forza del film risiedono nella splendida isola dell’Asinara, main location del film, immortalata in un sensibilissimo bianco e nero che si articola in una realtà  d’infinite sfumature di grigio. Insomma la Sardegna esce molto bene da questo film, ambientato altrove avrebbe avuto ancora meno senso. Punto due la colonna sonora, onnipresente (Sono dipendente dalla musica, dice Kaspar ad un certo punto…….verrebbe voglia di rispondergli: beh l’avevamo intuito!) fortissima, preponderante sui dialoghi, sul senso del film, su qualsiasi cosa. Punto tre la recitazione di Silvia Calderoni, l’unico altro attore a mio parere che può tenergli testa è il servo Marco Lampis. Perfetta per il ruolo dell’alienato che sente una musica sua in testa. Punto quattro i titoli di testa, incredibilmente violenti nella loro semplicità arrogante, di solito dei bei titoli di testa sono una garanzia o comunque predispongono positivamente alla visione.

Però, dialoghi pessimi, finto intimisti talvolta ( vedi puttana e pusher), o di un misticismo sconclusionato ( prete e Kaspar addormentato). Ci avevano detto che questa era poesia (l’amico Genna) e che potevamo reagire alla visione del film in tre modi diversi: andandocene ( come in effetti alcuni hanno fatto), dormendo oppure lasciandoci irradiare dalla poesia. A me a dir la verità è venuta solo una gran voglia di andare a ballare su qualche spiaggia sperduta della Sardegna. Forse non siamo ancora pronti per Kaspar Hauser.

“Ecco l’equivalente del suono così come io come lo intendo. L’attore non esiste più, il sé manca, siamo nell’abbandono, nella morte della significazione. L’interiorità ha eliminato la comunicazione. Tra l’attore e lo spettatore non si comunica più. L’interiorità dell’attore si precipita nell’interiorità dello spettatore. A questo stadio, la rappresentazione, le parole come volontà, Dio, la grammatica, l’anima, lo spirito, non esistono più. Sono il mai-detto, il non-detto, che parlano all’interiorità. Siamo nella sensazione. E infine è il corpo che scompare”. Questa precisa descrizione dell’opera di Manuli è stata enunciata da Carmelo Bene, in un’intervista a Thierry Lounas, sui Cahiers du Cinéma, nel 1998, l’anno in cui usciva il primo film di Davide Manuli, Girotondo, giro intorno al mondo

Larry Clark

Non potevo non essere attratta da quella foto di tre metri  per tre che campeggiava ben vista sulla facciata di quello strano edificio, che ho poi scoperto essere il C|O  (International Forum For Visual Dialogues).

C|O Berlin

Di conseguenza mi sono avventurata all’interno e, dopo le solite scenette per convincere l’addetta alla cassa che sono ancora una studente, ho cominciato il mio personale viaggio nell’ universo di Larry Clark. Premetto che non avevo mai sentito parlare di lui, ma quando nel pannello d’apertura della mostra ho letto che ha cominciato a sedici anni a farsi di anfetamine e fotografare i suoi amici che si drogavano ho capito che c’era il rischio che nascesse un grande amore “platonico” tra di noi. La mostra parte per l’appunto dai primi lavori di Clark realizzati a Tulsa in Oklahoma, sua città natale, durante i primi anni sessanta. Raccolti e poi pubblicati nel 1971 in nella raccolta “Tulsa”. I soggetti sono quelli che Larry si porterà dietro per quasi tutta la vita: bei ragazzi nudi ( di quel bello che già preannuncia gli anni settanta, quindi dimenticate muscoli gonfi e sopracciglia depilate),  belle fichette che si rotolano nel fango e nei/fra i cazzi, e ovviamente droga e criminalità a volontà. Tuttavia, so già che molti di voi a questo punto storceranno il naso ma credetemi, le foto sono di una bellezza sconvolgente. Clark utilizza un bianco e nero equilibratissimo, le composizioni sono in realtà sempre perfettamente studiate, di una bellezza formale che denota un’occhio attentissimo e educato. Non stiamo parlando di un reportage nel mondo della droga fatto da qualcuno che aveva un amico tossico e si è fatto qualche giorno con loro, stiamo parlando di un ragazzo che all’ epoca  amava probabilmente moltissimo la sua vita e i compagni che si era scelto  e lo testimoniava con queste foto.

I soggetti, i ragazzi che si lasciano ritrarre nudi senza alcun pudore ma senza neanche malizie  sapevano benissimo che dall’altra parte dell’obiettivo c’era una persona come loro. Ed è forse per questo che le fotografie sono così belle, perchè riescono a restituirci l’intimità di vite vissute oltre ogni regola e modo. La mostra poi prosegue esponendo lavori compresi in “Teenage Lust” pubblicato nel 1983 e “A Perfect Chilodhood” edito nel 1992. Larry lascia perdere, più o meno, la droga (e sospetto anche che finalmente si sia fatto ricoverare) e si concentra sulla sessualità adolescenziale e in particolare sui giovani maschi aitanti che vengono portati come modelli per i giovani ragazzini americani negli anni Ottanta. Molto bella e curata l’esposizione, che in questa parte  mescola poster di stelline del cinema anni ’80, ritagli di giornali di cronache piccanti ( cose tipo 12enne fa sesso con la sua insegnate di 45anni) oppure drammatiche ( vedi quattro 13enni stuprano ragazza di 10 anni), parti di lettere di Larry e suoi disegni/appunti.

Infine le ultime due sale sono dedicate agli ultimi lavori di Clark raccolti in “Los Angeles”. Qui il nostro si addentra nel mondo degli skaters latinos seguendo in particolare  per un paio d’anni Jonathan Velasquez, che ritrae per diversi anni. Devo essere sincera, sarà perchè queste foto sono a colori, sarà che sono immune al fascino dal baffo e degli occhi neri, ma preferivo di gran lunga i capelloni magri in bianco e nero.  Quando sono tornata a casa mi sono lanciata in una maratona dei suoi film e, se non siete troppo sensibili di cuore e scioccabili, ve li consiglio.