Maniacalità delle domeniche lunghe

Ecco una serie di opere maniacali in cui mi sono imbattuta mentre sfogliavo il molto utile/interessante Colossal. Mentre guardavo queste foto mi è venuto  da pensare che forse la persona che carica  gli articoli su Colossal, di cui io non riesco ad immaginare il viso ma so solo che si chiama Christopher, ecco non saprei. Tipo che avesse bisogno di dire qualcosa ma di non riuscire proprio a farlo uscire dalla bocca.

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Ecco in prima posizione l’opera dell’artista Lisa Nilsson, un’esperta della carta che si dedica, ultimamente, a riproduzione anatomiche rigorosamente composte da rotoli di carta di vario tipologia.

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In seconda posizione campi lisergici di tulipani in Olanda; cromie in tanti bei rettangoli, tutto molto carino (Ma mai all’altezza del capolavoro veramente naturale di Zhangye ). Il progetto, l’idea di riprendere questi campi di Anna Paulowna, una città dal nome di donna nel nord dell’ Irlanda, è firmato Normann Szkop.

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E infine si chiude con una vera opera di maniacalità, unica in tutta la sua complessità. Vi siete mai chiesti cosa fanno i guardiani dell’università?  In Giappone uno di loro ha fatto quest’opera, e per farlo ci ha messo otto lunghi anni. Ma la cosa divertente è che non è ancora finita, nell’era Espansa il bidello scrive su Twitter mostrando alle persone cosa sta facendo, e quelli si appassionano, mentre lui instancabile continua il suo labirinto. Se volete seguire anche voi il work in progress, prego: @Kya7y

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Ovviamente si ringrazia Christopher.

Firewall

A v0lte ho come l’impressione che ci troviamo di fronte una nuova era, che siamo all’inizio di una sperimentazione di forme e linguaggi del tutto nuovi. E come principianti proviamo, sbagliamo e riproviamo di nuovo. Molte voci si alzano indignate verso questi tentativi di allontanarsi dal preesistente per lanciarsi verso l’ignoto, ma personalmente diffido dalle persone che non hanno il coraggio d’immaginare l’impossibile. Solo chi ha il coraggio di pensare in modo nuovi potrà vedere albe differenti. Ecco perché voglio dedicare spazio all’ultimo lavoro di Aaron Sherwood, Firewall. Una sottile lamina di spandex, una membrana che si dilata al tocco dell’interlocutore e grazie ad esso si anima. Un’interazione fra macchina ed essere umano, visivo e sonoro, arte e tecnica.

L’opera vive del tocco del fruitore e la musica cambia in base al tocco stesso, grazie al Kinect che registrando la profondità della deformazione della membrana modula l’intensità della musica. Sherwood ha realizzato quest’opera all’interno di un percorso di ricerca che lo  porterà nel giugno del 2013 a presentare al pubblico una performance, Mizalu, in cui dei ballerini interagiranno con una grande pellicola di spandex nel tentativo di riflettere sugli spazi interstiziali fra vita e morte.

Transmedialità, convergenza chiamatela come volete ma il concetto di fondo non cambia. Nella fusione di più media nascono oggetti incredibili. A me continua a venire in mente la mia professoressa dell’università che il primo giorno di lezione ci disse:

I bastardi (nel senso i meticciati, i misti, il né carne né pesce) beh salveranno il mondo.

 

Carsten Nicolai

Unidisplay è l’ultimo grande lavoro dell’artista tedesco, Carsten Nicolai, ospitato dal Hangar Bicocca. Sei monitor affiancati per una lunghezza complessiva di 50metri, chiusi fra due specchi. Giovedì 29 novembre l’artista ha animato la sua creatura allestendo un live di circa un’ora avvolti nella musica dai bassi roboanti e allucinati dalle composizioni visive.

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Un grande meccanismo che mi ricordava vagamente la complessità del mondo, dissezionata nelle sue parti analizzando il rapporto frenetico fra immagine e suono. Giochi di rifrazione, illusioni ottiche, contrasti cromatici. E ancora frequenze sonore che impazziscono graficamente, grandi shock cromatici associati a suoni dissocianti. Modularità e dissoluzione del modulo, fra ritmicità e dissonanza.

Gli specchi amplificano il gioco creando una serie infinita, una partitura estesa in cui perdersi. Un’ora in cui rimanere immersi, travolti da un’altra rappresentazione spazio-temporale. Tuttavia quella stessa modularità e il tentativo di fusione tra suono e sua rappresentazione grafica non riesce a giungere a una compiutezza che le dia un senso ulteriore che il mero esercizio tecnico.

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Se  per i primi venticinque minuti ho avuto l’impressione di assistere ad una grandiosa rappresentazione del mondo nelle sue parti, di essere insomma di fronte ad un’opera d’arte; confesso che il gioco poi si sia svilito ripiegandosi sull’attesa di colori edibili e divertenti effetti grafici. Ho avuto il dubbio di trovarmi di fronte ad un BEL dj-set, forse con tutti quei bei monitor si poteva osare un poco di più e lanciarsi in nuove rappresentazioni.

 

IMITATIONOFDEATH

Ultimi giorni di cartellone qui a Milano per lo spettacolo Imitationofdeath di Ricci/Forte. Il duo più irriverente del teatro italiano, dopo il successo dell’anno scorso con Grimmless, ci propone questo nuovo spettacolo in cui sedici performer mettono in scena sedici morti apparenti. Il lavoro prende spunto dall’universo narrativo di Chuck Palahniuk e affronta di petto uno dei rapporti più problematici della nostra società, anzi probabilmente affronta il problema principe: la nostra contemporaneità, il nostro essere ora qui adesso, in questo posto e in questo modo.

La nostra mediocrità, i nostri sogni che abbandoniamo lungo la strada e che diventano incubi che ci prendono alla gola, i compromessi a cui cediamo pur di non restare al freddo, i giorni vissuti con gli occhi chiusi. Una vita vissuta da morto, un’imitazione della vita. Ecco la critica che Ricci/Forte lanciano alla nostra società.

Vi saprò dire se come sempre mi sentirò presa a schiaffi dallo spettacolo di Ricci/Forte.

Edmund White, ragazzi nudi e Colori proibiti

Le apparenti connessioni mi affascinano sempre e praticamente da sempre. La mia ansia tassonomica mi ha sempre spinto a cercare una spiegazione, che sciocchina. La connessione di oggi, che mi fa alquanto sorridere, è fra cosa sto leggendo in questi giorni e la parole contenute in questo mio blog che mi consentono ogni tanto di avere qualche views da Google.

Questo baldo giovane qui sopra (non ho avuto cuore di mettere foto recenti) è Edmund White romanziere statunitense attualmente professore di scrittura creativa a Princeton. Non ha mai fatto mistero della sua omosessualità e della sua malattia, l’HIV. I suoi racconti parlano di vita, di morte e di amore, omo ovviamente. Sto leggendo Caos (altra coincidenza, scelto perchè anche nella mia vita c’è una bella dose di caos) e devo dire che l’ho trovato molto piacevole, a volte per il forte contenuto di cinismo mi affiorava alla mente il caro Bret Easton Ellis, con i suoi ragazzi belli e cinici nella Los Angeles anni Ottanta.

Jack scrutava questi fighetti autolesionisti e dalle mani bucate al Venus Coffe Shop: li vedeva ai tavolini con la loro vecchia felpa preferita addosso, bianca con le maniche verdi, oppure con i bermuda azzurrini, tutti consumati, che quando si alzavano un po’, mostravano il sospensorio rosso e le gambe pelose, o con i calzini bianchi e le scarpe eleganti rosso mattone, a volte con una gamba piegata sotto il fianco scarno.

Devo confessare che apprezzo la letteratura omo/gay o come la si voglia definire, anche se personalmente trovo svilente etichettare dei libri solo in base alla sesso delle persone che si scopa il protagonista e/o lo scrittore. In ogni caso hanno una capacità, ovviamente, di descrivere gli uomini che è molto differente dalla sensibilità femminile e riescono ad avere su di esso uno sguardo totalmente differente.

A volte Jack si convinceva che Seth fosse l’unico capace di tenergli testa, il solo ad avere un istinto sessuale prorompente come il proprio, ma non ci credeva nemmeno lui. Se Seth veniva cinque volte al giorno, Jack era in grado d’ingoiare altrettante volte, ma capitava che non gli venisse neanche duro e che non avesse un’eiaculazione. Il bambino piange per avere il latte della mamma cinque volte al giorno e la madre lo allatta a comando, ma non per questo il piccolo si trasforma in madre.

Dicono che i classici della letteratura omosessuale siano Oscar Wilde, Andrè Gide, Foster, Proust ma nessuno cita il mio vecchio amico Mishima (caspita non lo ama proprio nessuno tranne quei geni incompresi che sono i  CCCP).

Non si è mai capito bene se davvero Yukio, ultranazionalista, duro, l’ultimo vero samurai, nobile e sposato fosse VERAMENTE gay, ma sinceramente quando una persona riesce a scrivere una cosa del genere perdo ogni interesse per tentare di capire verso chi e come il suo amore nella vita reale s’indirizzasse…

C’era in lui un’impressione colma di vitalità, come di un uomo che fosse venuto correndo nel vento fresco dopo essersi svegliato all’improvviso. I suoi begli occhi fissarono Kyoko frontalmente e non esitarono. Il loro sguardo era affettuoso come nessun altro, eppure parlava con insolenza, senza giri di parole, del proprio desiderio.

Il pezzo qui sopra è preso da Colori Proibiti, che Mishima ha scritto nei primi anni Cinquanta. E guarda un po’ il titolo originale in giapponese è Kinjiki che significa  sia colore che proibito, tirate voi le somme. Ah dimenticavo la connessione di partenza è BEI RAGAZZI NUDI.

Club to Club

Ok ci siamo. Settimana prossima dall’8 al 11 novembre Torino ospiterà come ogni anno il Festival Club To Club Alfa Romeo MiTo, per gli amici semplicemente Club to Club. La città, ormai la più cool qui nel nebbioso nord, ospiterà artisti come Flying Lotus che presenterà il suo ultimo album Until the quiet comes

E poi Apparat, Christian Loffler, Disclosure, Nina Kraviz e quel pazzo di SBTRKT.

Insomma agenda densissima per uno dei festival che negli anni si sta imponendo sempre di più come un punto di riferimento per tutti gli amanti dell’elettronica e non solo. Torino, dicono sia sempre più bella…

Timelapse

 

In quel grande groviglio di connessioni che è il web capita di trovare i lavori di persone comuni, senza forse particolare talento, ma che portano avanti le loro passioni. Così ho trovato i timelapse di Eric Hines, un ragazzo di ventitrè anni di Valparasio (che nome simpaticamente italico, potrebbe essere Valparasio provincia di Bergamo…) in Indiana, che si diletta di fotografia e per l’appunto con la sua splendida 5D si diverte a fare dei timelapse.

Un po’ me lo immagino che parte alla sera o all’alba e contento come un bambino va a fare le sue belle fotografie, che poi coscienziosamente carica su tutti i social network à la page.

Capita allora di provare una sorta di vicinanza spirituale, come un’affinità d’intenti con persone che vivono dall’altra parte del mondo, cresciute in un modo totalmente diverso dal nostro e che vivono sotto cieli diversi. Ma è come se fossimo spinti tutti  da una stessa passione. E lo sguardo, lo sguardo sul mondo e sulla sua complessità, diventa sempre più spaventosamente simile.