I cani e i bambini sono i peggiori nemici di ogni scrittore

copertina

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C’è questo bambino che gioca al parco giochi. L’area è distinta dal resto del parco tramite il terreno elastico rossoscuro, un’isola circondata da diligenti panchine e informali platani. Di fronte allo scivolo c’è una fontanella milanese, attorno la terra smossa bagnata. Il cespuglio di cotogno del Giappone continua ad attirarmi violentemente. Quel rosa carico raggruppato nei petali copiosi, sospeso sopra i lucidi rami neri. Le spine acuminate ritmicamente disposte. Un’imponente massa rosa scossa dal brulicare incessante delle api che ronzano da un fiore all’altro, volando sopra i pistilli gialli. Un rumore di ali e di mascelle febbrili mi arriva forte nell’orecchio e con la sua monotonia mi fa sprofondare in uno stato di catatonia. Fisso ammirato i sederi rigonfi degli insetti che oscillano su e giù, tutti ronzanti attorno a me, nell’orecchio e nella bocca. La sento parlare vicino, sulla panchina. Di quando in quando riesco a girare gli occhi leggermente e intravedo un pezzo della sua coscia spalmata sulla panchina. Indossa un abito di cotone spesso, dalla fantasia chiassosa, la cui gonna ampia si dispone in morbide pieghe attorno a lei. La sento comporre velocemente uno status di Facebook con il suo iPhone nero tra le mani. Mi giro a guardarla, il volto chinato verso l’argentineo bagliore. Solleva il viso e mi guarda con i suoi occhi neri. L’avevo conosciuta un pomeriggio di agosto dell’anno scorso al mare con gli amici, era carina, simpatica, docile e mi viziava dolcemente. La sua bocca dal labbro inferiore incredibilmente morbido si apriva volentieri al sesso e spesso quando mi parlava non riuscivo a fare altro che fissarglielo, rosso e turgido. “Un uomo non può stare solo.” Così è scritto e io mi attenevo ad esso, che fosse lei o infinite altre non importava. Il cane del bambino è un cucciolo di Jack Russell Terrier, un millino scodinzolante e dalla liscia lingua rosa. I due si rincorrono girando attorno ai pali che sostengono la casetta, poi fanno per un paio di volte lo slalom tra il delfino e la motocicletta. Non c’è nessun altro nel parco, il sole è grigio dietro le nuvole e si sentono solo le api ronzare e il cane ansimare. All’improvviso sento freddo alla nuca e mi chiedo cosa ci sia oltre la leggera collina verde che mi chiude l’orizzonte. Lei continua a stare seduta da parte a me, sento il suo odore forte e dolce che mi sale per il naso. Il cane arriva ansimante fino a noi. Con i suoi occhi scuri mi fissa un istante prima di infilarmi deciso il muso fra le gambe. Mi alzo in piedi con impeto, lui ringhia. “Cerbero, buono!” dice il bambino mentre s’avvicina a noi. Ha dei capelli biondi arricciati che gli incorniciano il viso, disordinati. Gli occhi sono chiari, di un colore oscillante tra il verde e l’azzurro, e molto grandi. Vedo che la fissa intensamente. Avrà sui dodici anni, il viso roseo dalle guance rosse e tonde. Mani piccole dalle unghie lunghe e sporche di terra. Cerbero continua a ringhiarmi, mostrandomi le giovani gengive rosee. Il bambino resta fermo davanti a noi, muto. Un’espressione vacua sul volto, non un muscolo contratto solo gli occhi scintillano. Mi accorgo che ha delle profonde occhiaie viola sotto gli occhi. “Abiti qui vicino?” la voce calda di lei squarcia l’atmosfera e mi strappa dalla mia catatonia da cotogna del Giappone.”Eh, piccolo?” continua, io mi giro a guardarla. Ha messo via lo smartphone e si è piegata in avanti, appoggiando i gomiti alle ginocchia e i capelli neri le scendono lungo il viso. Il seno tende il corpetto dell’abito e dalla mia posizione eretta riesco a intravederle l’attaccatura dei seni. Le api ronzano. Il bambino senza smettere di fissarla sposta la testa verso sinistra e poi verso destra. Ha schiuso leggermente la sottile bocca rossa. “Come ti chiami?” gli domanda ancora lei. Lui per la prima volta stacca gli occhi dalla sua figura, ora sorride accentuatamente. Lascia vagare lo sguardo oltre le nostre spalle, io ritorno a fissare i fiori rosa. Fa freddo in questo giorno di marzo nonostante le gemme sugli alberi, i peschi in boccio e i crocus nelle aiuole. “Come ti chiami?” il bambino parla. Mi girò rapidamente verso di lui, sta in piedi di fronte a lei. Le gambe ben dritte e la schiena sciolta, la fissa con i suoi occhi verdi cerulei. Indossa degli anonimi pantaloncini blu in tela e sopra un’ampia casacca anch’essa blu. Ha una voce molto bassa, forse mi sono sbagliato, forse non ha 12 anni. Dalla luce che scintilla nei suoi occhi, dalle occhiaie e dalle mani magre e nervose potrebbe avere un’età qualunque. Lei sorride e gli risponde con la sua voce morbida ”Diana”. Lui sogghigna, realmente la bocca gli si curva in un sorriso amaro, trattenuto e gli occhi prendono una piega verso il basso restringendosi. Mi accorgo che lei continua a fissarlo, il suo telefono vibra leggermente ma lei sembra non accorgersene. Quei due restano fissi a guardarsi in silenzio. Faccio un passo verso di lei, ma Cerbero abbaia e scatta in avanti. “Tieni a bada questo tuo cagnetto!” dico al bambino. Lui mi guarda e poi guarda il cagnolino “Non avrai forse paura di lui?” mi chiede inclinando la testa di lato, con la sua voce bassa. Mi accorgo che arrotola leggermente le erre.”Non ho paura, solo mi dà fastidio che cerchi di mordermi” gli rispondo passando lo sguardo da lui a Cerbero, che resta fermo davanti a me ben piantato sulle sue ridicole gambette. Lei lo sta ancora fissando negli occhi, sembra che non si sia minimamente accorta che quello stronzo di Jack Russell abbia cercato di mordermi. “Dai andiamo” le dico, guardandola.”Sei molto bella, Diana” dice lui. Ora siamo uno in fianco all’altro. Da seduto mi sembrava molto più basso, solo ora che gli sono da parte realizzo che è parecchio alto, la sua testa arriva giusto sotto la mia spalla. Al suo complimento lei arrossisce in viso, china la sua testa verso il basso e le spalle mi sembrano scosse da un fremito. Ho un’altra fitta di freddo alla nuca. Il bambino continua a parlare “Allora, Diana, studi da infermiera giusto?”. Mi giro stupito verso di lui, come cazzo fa questo stronzetto a sapere cosa studia la mia Diana? “Sì, come fai a saperlo?” gli risponde lei tranquilla. Non mi ha ancora guardato dall’inizio di questa bizzarra conversazione. Il bambino sposta il peso del corpo sul piede sinistro e poi su quello destro “Ti ho visto all’ambulatorio di via Vercelli” e lei sorride, aperta e solare. “Sì faccio tirocinio lì”gli risponde. Il bambino si siede sulla panchina da parte a lei, dove prima ero seduto io. Volge il suo viso verso di lei; anche lei sposta il peso del suo corpo all’indietro e si gira verso di lui. Sono molto vicini, le cosce quasi si toccano. Mi chiedo quanto ancora andrà avanti questa conversazione e come poterla chiudere al più presto. “Dai andiamo” le ripeto ma lei non si accorge nemmeno che parlo, continua a guardare negli occhi il bambino. Un lampo le passa per le iridi scure e si lecca il morbido labbro inferiore con la rossa lingua. “Sei molto bello” dice Diana al bambino. Io comincio a sudare nonostante non ci sia sole e non faccia per nulla caldo, la testa mi gira e avverto una impellente necessità di defecare. Cerbero continua a ringhiare sommessamente in direzione delle mie gambe. “Io so una cosa che tu non sai” le dice lui. Diana sorride, i capelli neri le volano attorno al viso per l’improvviso vento freddo che scivola nel parco. “Dimmela” gli chiede continuando a sorridere, la sua borsa è caduta dalla panchina e il contenuto si è rovesciato sulla nuda terra. A Diana quando sorride maliziose vengono le fossette. Non oso neanche fare un passo verso di lei, resto fermo davanti a loro con il cane minaccioso da parte a me. Diana ancora non mi guarda. “Dai andiamo, Diana, abbiamo un appuntamento tra poco” e mentre io dico questo guardandola con tutta l’intensità che il capogiro e i crampi allo stomaco mi consentono, quel viscido bambino si china verso di lei. Gli scosta i capelli setosi e gli sussurra qualcosa nell’orecchio. Poi si scosta e Diana ha in volto un’espressione che non le ho mai vista, le guance gli si sono tinte di rosa acceso, gli occhi neri brillano e non si staccano dal moccioso, la bocca lievemente aperta. Le labbra rosse gonfie e i denti dritti candidi. Lui allunga una delle sue mani sudice e sgraziate, le tocca il viso. Con la mano ben distesa accarezza la guancia di lei. Restano fermi per un istante così, i corpi ravvicinati, una mano sul volto guardandosi muti negli occhi. Lui fa un cenno lievemente con la testa in direzione della collina, e lei si alza con scioltezza. Non prende neanche la sua borsetta, non mi guarda neppure. Ora i suoi occhi sono fissi oltre la collina. Leggera nel suo abito variopinto, mano nella mano con quel bambino si allontana lentamente. Cerbero, dopo avermi dato una strattonata di avvertimento allo stinco, li segue. “Diana! Diana dove cazzo vai? Diana?” urlo più volte ma sempre restando fermo, la testa mi gira orribilmente e sono costretto a sedermi sulla panchina. È ancora calda del corpo di lei. L’ultima cosa che vedo sono i suoi lunghi capelli neri che danzano nel vento e poi più nulla, scomparsa dietro la collina. Un istante dopo mi giro sul fianco e vomito la colazione.

(Se siete curiosi di sapere come va a finire scrivetemi!)

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EUROTOUR

(Per una completa fruizione si consiglia l’ascolto di Mondo by Electric Guest)

Berlino Kottbusser Tor verso Wittenau

Hanno lo sguardo annoiato delle scimmie in gabbia. Interessantemente vago. I musetti tirati dagli chinon alti e compatti .Poi  capelli finto sbarazzino che accarezzano le guance. Miele, cioccolato, caffè e rosso erotico. Giocano con i piedi calzati da scarpette di vernice e calzini bianchi corti o neri lunghi fino a sotto il ginocchio. Stivaletti di pelle venduti già consumati, non c’è il tempo. Ondeggiano le loro gonne nere al vento del tunnel oscuro e si stringono sotto il braccio le bellissime ma scomode pochette. Hanno gli occhi poco truccati e sono un po’ raffreddate nei loro eleganti cardigan cascanti. Tengono le gambe ben dritte, il retro delle ginocchia abbrustolito, teso e invitante. Un piede dondola sulla punta, oscillano, si storcono, accavallano, incrociano. Trasudano difficoltà e slanciano le gambe fasciate nei jeans stretti. Rosa, ecrù, giallo paglierino, verde tenero. Mi accecano di luce, piene d’energia. Ognuna vuole essere sé stessa. Ognuna vuole essere unica, nel modo in cui sono uniche le sue amiche e quelle un po’ meno simpatiche. Soprattutto quelle un po’ meno simpatiche. Eteree nelle loro camicette di viscosa che si spaccia per seta. Piccole civette dagli occhi enormi quando ti guardano con la bocca rossa a cuore. Hanno paura, ogni tanto. C’è una dea con dei leggings argento, scarpe di cuoio consunto e un’impermeabile anni Ottanta, comprato lo scorso autunno da H&M. Fruga nello zaino in tela alla ricerca dell’iPhone. La sua collana, l’orologio a medaglione, dondola nel vuoto. Non ci casca più nessuno. Fuggite dai billboards che tappezzano la grande città, libere; si aggirano un poco festose ma non troppo alla ricerca di sano extravagante divertimento. Lisce come l’interno delle valve. Ostrichette. Sono riuscite a mimetizzarsi l’una con l’altra. Dev’essere come stare all’interno di un caldo utero, qualcosa in cui stai comoda. Parlano tra loro e si danno il cinque alto, qualcuna è stanca e pur di non sedersi per terra girovaga svagata attorno alle amiche che parlano del ragazzo carino ma timido, troppo, che le ha chiesto cosa beveva.

Arriva la metro ululando. Schiacciano cortesi il pulsante verde e sciamano verso i sedili in finta lana. Splendidi nel loro rapimento quei tre, ubriachi. Le due ragazze non riescono a star sedute e continuano a sobbalzare con le loro collant dorate leopardate sul rivestimento mimetico dei sedili. I capelli si agitano attorno ai loro visi eccitati. Gli occhi colati. Lui, una soda bellezza. S’ appoggia al palo e ogni tanto la mano sorregge la testa ricciuta.Le dita affondano nei capelli. Le guarda con il sorriso dimenticato sul viso. Parla con una e l’altra alza la voce, lì divide ridendo. Lui sorride ancora, nella sua maglia a righe, nei suoi jeans un po’ cascanti, nelle sue Clark. C’è nel loro intenso lavoro di sguardi scambiati avidamente, imperiosamente languidi e trasversali, una bellezza che si rifrange nella luce al neon. Ed è come se tutta quella loro energia, incanalata in quel modo, apparisse totalmente ingombrante. Tanto da sembrare già passata. Già vecchia. Come se quel momento, quella sera di giugno trascorsa a bere birre nel Bӧcklerpark e mangiare una pizza in AdmiralStrße, fosse già passato nel momento stesso in cui accade. Li vedo vivere, come attraverso un vetro. Scorgo un sorriso che è già la Storia di quel sorriso. Affiora già su di loro il ricordo di quella sera in cui erano giovani, liberi e probabilmente in procinto di innamorarsi vicendevolmente, secondo quelle strane alchimie che portano talvolta all’ incontro di anime. Un attimo di perfetto equilibrio.

Parigi Belleville verso Nation

Un angolo della gamba infinita mi passa davanti mentre aspetto la metro nel caldo soffocante della profondità. Visi d’angelo dalle gote rosate incorniciati da capelli biondi intrecciati, mi sbattono in faccia la loro faziosa ricerca d’identità.Vestite con il MUST HAVE di Urban Outfitters, mixano con scioltezza passato prossimo e remoto, e sono adesso troppo vicine per vedere. Un ammasso informe di linee e tendenze, topos. Parole e aspirazioni. Desideri sopiti e sensi di colpa per l’inettitudine di essere, oggi. All star borchiate concludono gambe miracolosamente bidimensionali. Nuche fresche e appetitose. E i ragazzi ostentano sagge barbe. Bugiardi. Leggono belle riviste con la carta lucida, e postano sull ’ultimo scandalo politico. Nelle loro camicie di jeans e da boscaioli cortesi rivendicano il diritto di averlo saputo per primi. Ondeggiano da parte alla mia testa i pigolii modulati e controllati di due ragazzine con le code laterali, i loro sguardi persi lungo le pareti mentre si assicurano di avere ancora le chiavi nelle borse Naj Oleari. Quei tre seduti sulla panchina sotto la scritta Bellville blu. Le piastrelle bianche riflettono la loro energia invadendo la galleria di tremolii inaspettati. Una delle ragazze ha i capelli lunghi un po’ scompigliati, il parka aperto sopra il maglione incolore. Dorme abbandonata con la testa indietro; gli amici con i gomiti appoggiati alle ginocchia parlano e parlano. I vagoni sfilano veloci ma loro restano fermi. Le loro teste ondeggiano e come calamite si attraggono verso il centro, in un moto oscillatorio continuo. Il crocefisso al collo di lei dondola fra le sue ginocchia ossute mentre ogni tanto si spinge i capelli indietro. Sono ubriachi e ridono lanciando la testa indietro e le gambe in avanti. Hanno gli occhi ancora ben aperti e la bocca è sciolta. Lui ha una maglietta di Heaters piuttosto larga e sopra una giacca da college. Si gira guardare l’amica addormentata e raccoglie la sua bag in tela BREAD BERLIN scivolata per terra. L’altra si accende una sigaretta “Que s’est-il dire que la chanson di XX” chiede lui. Passa ritmica una ragazza sui suoi scarponcini. “Je suis allé au concert de XX”. La ragazza ancheggiando arriva all’uscita della stazione. “Quelle aventure!” Dalla bocca dell’ubriaca cola un miracoloso filo di bava; perlato le scivola giù per il mento. L’amica dagli occhi stanchi ridacchia e le dà un bacio sulla guancia. Labbra rosa un poco screpolate su pelle candida, morbide si deformano in rallenting al contatto con la guancia cedevole. Un abbraccio di carne. Lui le dice qualcosa con gli occhi già torbidi di desiderio. Lei sorride. Gli carezza il viso, stanca e un po’ lasciva. E lui si allunga e per la nuca l’attira a sé. Passano interminabili e ignorati i vagoni della metrò. Vedo frame di loro negli sprazzi di vuoto. La loro luce insopportabilmente forte riempie lo spazio e grida al futuro che non conta nulla. C’è solo l’odore e le pelli a contatto, e un’amica che dorme.

Più in là un ragazzo si accende una Camel mentre la sua ragazza vomita nel cestino tendendosi i capelli lontani dal viso.

Milano Piola verso Abbiategrasso

La giacca di finto cuoio che non si consuma sui gomiti, il cardigan sempreterno ereditato dal padre; sotto la camicia Linus batte un limone giallo. In piedi sulle gambe storte, sfoglia nell’iPhone la musica da ascoltare in metro. Il viso bianco dal sonno, occhi gonfi. Capelli spettinati. Pesa l’aperitivo casalingo di ieri sera. Non c’è spazio per lanciarsi nel vuoto. Non c’è spazio per avere paura. Non c’è spazio per farsi tradire dagli occhi, per fermarsi ad ascoltare qualcosa che si vuole ignorare. Non c’è spazio per ammettere di non sapere nulla, non c’è spazio per ammettere che non sappiamo cosa fare.

Aspetta la metro e guarda la ragazza poco lontana da lui con i pantaloni color senape e la giacca di jeans troppo grande. Quella si rifà la coda alta che poi arrotola attorno all’elastico. La guarda frugare nella bella borsa. Lei lo guarda e gli sorride. Lui abbassa lo sguardo sulle sue scarpe di cuoio delavè. Scalcagnate.

Guarda il suo telefono ma non arriva nessun messaggio e sono sempre le 8.55. Scorre annoiato i vecchi messaggi, nessun nuovo messaggio. Tutto tace, lui tace. Oggi ha un colloquio, un bel colloquio da raccontare con nonchalance alla ragazzina giusta in caccia di scopate famose. O che potrebbero divenire tali, chissà magari fra qualche mese in tempo per il Mi Ami Ancora. Oh sì lo conosco, simpatico sai, non se la tira per niente, tranquillissimo davvero. Davvero. Pensavo fosse Karl Lagerfeld. All’ultima gli ha raccontato che non riesce ad avere relazioni serie perchè si annoia subito, è così pieno di energia come poterla riversare su una cosa sola, una persona sola? Sotto quei riccioli ci sono troppe idee, come può la realtà starci dietro? L’importante sono le idee, l’importante è avere sempre qualche cosa da fare, giornate in cui devi correre in giro per la grande città che ti ansima nell’orecchio e ti spinge addosso tutti gli altri. In un fiume che esce da Centrale tra le 8.20 e le 9.50. Sono preso, presissimo. Non ho tempo per fare niente, ho troppe cose da fare. Avere sempre una buona storia da raccontare, il pubblico deve ridere. Bilanciare le stronzate e la verità.

Una ragazza dai capelli corti  ossigenati passa volando nella sua camicetta a fantasia civette. L’importante è trovare le persone giuste. Quelle che ti aprono le porte. Cosa faresti tu se potessi fare quello che vuoi? Vorrei avere dei soldi, più soldi, tanti soldi. Per fare cosa? Per non fare nulla. D’una sincerità brutale nella sua abiezione.

Arriva il vagone, si sente il suo lamento lontano e poi i fari che diventano sempre più vicini. Guarda la gente passargli davanti veloci. Si aggiusta i capelli e si guarda attorno. Due ragazze arrivano correndo, risuonano i tacchi spessi degli stivaletti. Fermo. Si aprono le porte. Dentro. Sceglie un angolo a caso e si sistema le cuffie nelle orecchie. Scarpe da bambola in vernice nera, la caviglia sottile che s’innesta nel piede giallino per la calza color carne, una ragazza cinese lo guarda negli occhi. Si turba, abbassa lo sguardo. Si fruga nelle tasche dei jeans. Prende il cellulare. Meno male un messaggio. lo legge mangiandosi un’unghia. Si guarda brevemente attorno cercando la risposta. Ehi, sì, no, non lo so, boh, sì certo, ovviamente. Ma certo. Scusa ti ho scopato, siamo ancora amici no? Che vuol dire ancora amici? Non capisco cosa intendi, scusa.

Eravamo ubriachi, certo. Non dirle niente. Ma certo, ovviamente. Mi dispiace. Anche a me. Non dirle niente. Non possiamo dirglielo. Certo. Siamo amici. Siamo tutti amici. Lei si è addormentata. Non riuscirò a non dirle nulla. Devi stare zitta. Non ti voglio più vedere. Credo di essermi innamorata di te. Non sai quel che dici. Anche lei è innamorata. Vattene. Si guarda attorno con gli occhi orbi. Rimette via il telefono senza rispondere. Ho perso il telefono, non ricordo più dove l’ho messo. Andrà bene, andrà tutto bene. Un giorno dopo l’altro.

Una ragazza si alza in piedi con l’ultimo vestito dell’estate che le ondeggia attorno alle gambe per l’ultima curva prima della fine della sua corsa.

Tre racconti russi

1. Da Smolenskaja a Izamajlovskaja

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Sembravano di metallo dorato, isolati dal resto dei viaggiatori da una lontananza tangibile. Lui restava in piedi sulle sue grosse scarpe da muratore quasi marroni. Aveva il viso dell’antico popolo dei boschi di pini, il fiato di neve e forse in fondo agli occhi si poteva scorgere il mare schiumoso. La guardava perdendosi in quel sorriso sciocco e sconsolante dell’amore inespresso, e lei seduta lo ricambiava con brevi parole e occhiate pregne di ammiccamenti trattenuti. La bellezza di una lolita inconsapevole, con ancora le orecchie a fare capolino tra i lunghi capelli di cenere. Vi era in loro qualcosa di disarmante, la loro semplicità era tanto bella al punto  d’ essere dolorosa. I loro abiti contribuivano a farli apparire sospesi nel tempo, bambini non ancora assorbiti dall’occidente volgare ma neppure ancorati ad un passato ingombrante.
Poi il dialogo, sospinto e allegro, si spegne nelle occhiate allo schermo lampeggiante. Dopo la conferma della voce angelica, s’insinua fra loro il silenzio della stanchezza, carico del peso del non detto. Lei si alza, avanza fino alla porte reggendosi ai due pali centrali del vagone. Brevi parole e poi un mogio saluto. Si allontana negli occhi di lui fino alla prima galleria.

2. Da VDNch a Bitcevckij Park


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Entrarono nella sala circolare, le luci erano fioche e il freddo sembrava forse più intenso. Davanti a loro la fila dei tornelli e, mentre la sirena musicale rieccheggiava alle loro spalle, si lanciarono giù per le scale. La grassa signora dello sportello 3 fece cadere un po’ di cenere dalla cicca stropicciata. Ora il caldo è soffocante sotto i lampadari opulenti, dolce nenia di sfavillii che si riflettono nel marmo bicromo. Poligraf Poligrafovic Pallinov e Filipp Filippovic Preobrazenskij siedono sulla panca della signorina dell’uva e aspettano pazienti il metrò che li riporti a casa. Sono due giorni che vagano per la città, del resto è il suo compleanno bisogna festeggiare in modo adeguato e quindi via! Ci si dà malati al lavoro e si passa il pomeriggio a mangiare spiedini e bere vodka al Centro di Esposizione di Tutta la Russia, mentre ci si gode il sole caldo di settembre e si guardano le babushke fare la spesa.
Il treno per Bitcevskij Park arriva, Poligraf si accascia di corsa nel primo posto libero mentre Filipp resta per un poco in piedi, dondolante vicino ad un angelo in paillettes blu. Urta uno sciocco ragazzino (che ci fai in giro!? sei come il mio più piccolo, una spina nel cuore) e crolla nell’ultimo posto libero del vagone. Ora dormono entrambi nelle loro giacche di cuoio logoro percorse da lunghe rughe, nei loro pantaloni dalle ginocchia lucide. I volti gonfi e rossi con gli occhi strizzati a proteggersi dalla luce dei neon. Ma la cosa che intimorisce sono quelle loro mani mostruose, grosse e solide, rovinate dal tempo. Mani plasmatrici di mondi e, al contempo, distruttrici di altrettanti.

3. Da Chistye Prudy aFrunzenskaja


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Era l’ultimo giorno di vacanza e la sua sfortuna gli appariva come una nube nera che andava di momento in momento ad ingrossarsi, uno spettacolo orribilmente affascinante. Fra tre giorni sarebbe stato il 863esimo anniversario di fondazione di Mosca. La cosa peggiore in tutto ciò (oltre non poter girare per le strade con gli amici fino a mattina a bere e festaggiare, e regalare rose rosse alle donne) era che aveva visto Nastasja, così bella con gli occhi vivi e la pelle incantata. L’aveva accompagnata a fare un paio di commissioni nel quartiere mentre lei gli raccontava della scuola. Lui fumava e stava zitto girandosi a guardarla nella sua foga chiacchierina. Poi si erano seduti a far riposare un poco le gambe, lasciando che lo sguardo spaziasse per il piccolo stagno in secca. L’aveva riaccompagnata a casa lungo Staraya Basmannay, una eternità sospesa tra quattro corsie di auto rombanti, fili di alberi asmatici e davanti a loro il nulla sconfinato e agghiacciante delle facciate. Teneva il sacchetto con una mano mentre l’altra coraggiosamente stringeva la mano di Nastasja.
C’era il silenzio stanco delle ultime ore. Appoggiato al palo non sedeva, eppure posti non ne mancavano nel vagone. Ai suoi piedi una grossa sacca che si confondeva con la trama dei suoi pantaloni. Il viso di quel ragazzo bloccato tra il suo sguardo traditore d’inesperienza e l’ampia divisa nel cui collo affondava talvolta.