La Notte, quando gli sceneggiatori sapevano il fatto loro.

Ieri sera complice il malumore non sono uscita, non volevo perdermi nella calca esuberante della Milano festaiola. Così mi sono guardata La Notte di Antonioni. Ma per certi versi è stato come uscire ugualmente.

Premetto che di questo autore avevo guardato solo Blowup fin’ora (guardato tra l’altro dieci anni fa, ormai) e non sapevo assolutamente nulla di quello che stavo per guardare. Sono rimasta affascinata da quella Milano primi anni Sessanta, dai viali che sullo schermo sembrano più grandi, dagli scorci che già allora coglievano il mutamento tutt’ora in corso: la vecchia città se ne va e sorgono nuovi palazzi e grattacieli che compongono strane mescolanze con le vecchie case dalle facciate orgogliosamente borghesi. E ancora Sesto San Giovanni agreste dove i ragazzi (eh che ragazzi, cazzo) si picchiano nei campi sterrati e dove altri ragazzi (temo i famosi cattocomunisti) sparano i razzi nel cielo fra le esclamazioni stupite degli spettatori. Il brivido semi-campanilistico di sentire sullo schermo un accento simile al mio, cosa un po’ rara, che mi fa chiedere sempre se quindi è davvero possibile ritrovare una poesia anche nelle cose che ci circondano tutti i giorni, nella lingua in cui siamo immersi e che sentita allo schermo ci stupisce un poco. Come quando si sente la propria voce registrata e si pensa “Ah ma quindi ho questa voce? E’ questo ciò che sentono gli altri”. Quello che mi ha colpito di più di questo film, oltre a un’incredibile Jeanne Moreau, oltre i movimenti di camera e la fotografia sono i dialoghi fra i personaggi.

Il soggetto e la sceneggiatura del film sono di Antonioni stesso, Tonino Guerra e Ennio Flaiano. Non ho mai avuto dubbio sulla straordinaria figura di Flaiano che adoro da quando qualche anno fa incappai per caso in Diario Notturno. Che uomo, che testa. Un’umorismo finissimo inusuale per un’italiano, la capacità straordinaria di cogliere la realtà più reale ancora di quanto ci appaia e restituirla alla pagina e soprattutto ai film. Stiamo parlando di un uomo che ha firmato le sceneggiature di I vitelloni, La dolce vita e ancora Luci del varietà, Guardi e ladri. Anche Tonino Guerra non scherza con, tra gli altri, Matrimonio all’italiana, Zabriskie Point, Uomini contro, Nostalghia ! Non parlo di Antonioni altrimenti non la smetto più. In ogni caso quello che mi ha sconvolto di questo film è la naturalezza della rappresentazione. La naturalezza con cui Lidia fugge dalla festa di Bompiani e vaga per Milano, sperduta. La rappresentazione della festa nella villa in Brianza del ricco industriale, di un pettine che noi  ora ci sogniamo. E i discorsi vivi e reali, non meramente verosimili ma veritieri. Dove sono finite queste persone capaci di restituirci la nostra vita sullo schermo al posto di darci triti dialoghi da “film” per l’appunto? Non so voi ma io guardando questo film ho rivisto decine di feste (non così belle purtroppo), ascoltato discorsi che ho fatto e sentito, visto dinamiche di seduzione e di gelosia vissute nella realtà, e infine parole che avrei voluto dire con la stessa intensità e precisione, ma non sono nè Flaiano nè Guerra.

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La leggenda di Kaspar Hauser by Davide Manuli

Sono stata fortunata,volevo vederlo da mesi e il Milano Film Festival 2012 l’ha proiettato con tanto di regista in sala (per la cronaca c’era anche Giuseppe Genna). L’opera si compone di un cast ridottissimo e i personaggi, come in un dramma antico, incarnano rassegnati il  ruolo a loro assegnato. Vincent Gallo è lo sceriffo che  alterna ossessivi Oh Yhea! Right! a uno spedito italiano conviviale, ma è anche il pusher dell’isola vero amministratore della giustizia (a piacimento della Duchessa alias una Claudia Gerini poco intensa). Abbiamo poi immancabile la puttana, la bellissima Elisa Sednaoui molto brava nel suo ruolo “sono una strafiga, vorrei scoparmi il pusher e fuggire con lui, ma infondo sono una brava ragazza”, il prete Fabrizio Gifuni, il servitore e poi certo Kaspar Hauser alias Silvia Calderoni.

Devo dire che i punti di forza del film risiedono nella splendida isola dell’Asinara, main location del film, immortalata in un sensibilissimo bianco e nero che si articola in una realtà  d’infinite sfumature di grigio. Insomma la Sardegna esce molto bene da questo film, ambientato altrove avrebbe avuto ancora meno senso. Punto due la colonna sonora, onnipresente (Sono dipendente dalla musica, dice Kaspar ad un certo punto…….verrebbe voglia di rispondergli: beh l’avevamo intuito!) fortissima, preponderante sui dialoghi, sul senso del film, su qualsiasi cosa. Punto tre la recitazione di Silvia Calderoni, l’unico altro attore a mio parere che può tenergli testa è il servo Marco Lampis. Perfetta per il ruolo dell’alienato che sente una musica sua in testa. Punto quattro i titoli di testa, incredibilmente violenti nella loro semplicità arrogante, di solito dei bei titoli di testa sono una garanzia o comunque predispongono positivamente alla visione.

Però, dialoghi pessimi, finto intimisti talvolta ( vedi puttana e pusher), o di un misticismo sconclusionato ( prete e Kaspar addormentato). Ci avevano detto che questa era poesia (l’amico Genna) e che potevamo reagire alla visione del film in tre modi diversi: andandocene ( come in effetti alcuni hanno fatto), dormendo oppure lasciandoci irradiare dalla poesia. A me a dir la verità è venuta solo una gran voglia di andare a ballare su qualche spiaggia sperduta della Sardegna. Forse non siamo ancora pronti per Kaspar Hauser.

“Ecco l’equivalente del suono così come io come lo intendo. L’attore non esiste più, il sé manca, siamo nell’abbandono, nella morte della significazione. L’interiorità ha eliminato la comunicazione. Tra l’attore e lo spettatore non si comunica più. L’interiorità dell’attore si precipita nell’interiorità dello spettatore. A questo stadio, la rappresentazione, le parole come volontà, Dio, la grammatica, l’anima, lo spirito, non esistono più. Sono il mai-detto, il non-detto, che parlano all’interiorità. Siamo nella sensazione. E infine è il corpo che scompare”. Questa precisa descrizione dell’opera di Manuli è stata enunciata da Carmelo Bene, in un’intervista a Thierry Lounas, sui Cahiers du Cinéma, nel 1998, l’anno in cui usciva il primo film di Davide Manuli, Girotondo, giro intorno al mondo