Evgeny Antufiev

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Evgeny Antufiev

Insomma dopo che è caduto il muro di Berlino e il comunismo è finito, anche i russi si sono dati alle arti in tutta libertà. Mi viene in mente Limonv che racconta dei circoli degli scrittori pieni di sfigati dissidenti che non scrivevano una riga da secoli ma loro si giustificavano dicendo che c’era la censura. Bella scusa, no? Il protagonista di questo post invece è nato quando il comunismo c’era ancora, ma per poco e di sovietico ha ben poco se non quell’inquietudine sottile tipicamente slava. Si chiama Evgeny Antufiev ha 24 anni e finalmente espone in Italia, più precisamente a Reggio Emilia.

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Il nostro ha soggiornato nella città emiliana portando a termine una collaborazione con la Collezione Maramotti e la mostra è il risultato di questa esperienza. Dal  cacofonico titolo “Twelve, wood, dolphin, knife, bowl, mask, crystal, bones and marble – fusion. Exploring materials” la mostra conduce lo spettatore all’interno di una galleria di oggetti e materiali che si disincarnano dalla loro funzione originaria per rientrare a far parte del grande tutto magmatico. Evgeny ama sperimentare e ama usare diversi materiali, non si può definirlo uno scultore, un pittore, un fotografo. L’accezione più adatta, se proprio ne vogliamo dare una, è artista.

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I suoi lavori ricordano spesso dei feticci, degli strani elementi appartenenti a riti funebri antichi, connessi con una dimensione che abbiamo definitivamente perso. Forse è perchè Evgeny non solo è russo è siberiano (che ormai da quando Nicolai Lilin è diventato volto di D-MAX, dopo aver pubblicato due libri, è diventato sinonimo di figo…) e lì in quella terra tanto strana pratiche antiche e legame con la terra sono rimaste, per necessità di sopravvivenza, più vive.

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Per visitare la mostra bisogna indossare dei fashionissimi copriscarpe, in modo di potersi aggirare adeguatamente per il labirinto di opere creato dall’artista, in cui fra ossa di delfino sbriciolato, testi, bamboline, capelli di nonne e molto altro il visitatore compie un viaggio all’interno dell’universo di Evgeny.

China, a new love to photograph

Cina. Gli argomenti su di lei sono tanti, la paure ancora di più. Ho amici che mi hanno confessato di non riuscire a stare per più di un paio d’ore a Chinatown, qui a Milano. Altri che si dichiarano entusiasti e dicono che senza di loro non si saprebbe come fare (in qualche modo faranno visto che, causa crisi, i cinesi d’Italia stanno pensando di andare verso lidi più fertili). Di sicuro l’attenzione sulla Cina è forte, in tutti i campi. Così anche nell’arte contemporanea da un paio di anni  qualunque cosa sia targata “Made in China” riesce a intercettare l’attenzione dei galleristi e in generale gode di indulgente favore nei mercati Occidentali.  Ma non c’è da scandalizzarsi a metà Ottocento l’Occidente s’innamorò perdutamente del Giappone (vedi Impressionisti), e prima ancora dell’Egitto (vedi Napoleone). Adesso è il turno della Cina. Ma non solo per le opere degli artisti cinesi venuti in cerca di fortuna in Occidente, anche parecchi artisti occidentali si sono recati in Cina alla ricerca dell’altrove.

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Philip Sinden

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Philip Sinden

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Philip Sinden

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Nadav Kander

Nadav Kander

Nadav Kander

Questo è solo un piccolo assaggio ovviamente, ma sono a mio parere delle immagini forti in grado di svelare perchè questa nazione gigantesca ci affascini e al contempo di respinga. Un mondo totalmente diverso dal nostro abituale e soprattutto un mondo che sta cambiando vorticosamente sotto i nostri occhi, mentre  assistiamo impotenti dall’altra parte.

Maniacalità delle domeniche lunghe

Ecco una serie di opere maniacali in cui mi sono imbattuta mentre sfogliavo il molto utile/interessante Colossal. Mentre guardavo queste foto mi è venuto  da pensare che forse la persona che carica  gli articoli su Colossal, di cui io non riesco ad immaginare il viso ma so solo che si chiama Christopher, ecco non saprei. Tipo che avesse bisogno di dire qualcosa ma di non riuscire proprio a farlo uscire dalla bocca.

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Ecco in prima posizione l’opera dell’artista Lisa Nilsson, un’esperta della carta che si dedica, ultimamente, a riproduzione anatomiche rigorosamente composte da rotoli di carta di vario tipologia.

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In seconda posizione campi lisergici di tulipani in Olanda; cromie in tanti bei rettangoli, tutto molto carino (Ma mai all’altezza del capolavoro veramente naturale di Zhangye ). Il progetto, l’idea di riprendere questi campi di Anna Paulowna, una città dal nome di donna nel nord dell’ Irlanda, è firmato Normann Szkop.

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E infine si chiude con una vera opera di maniacalità, unica in tutta la sua complessità. Vi siete mai chiesti cosa fanno i guardiani dell’università?  In Giappone uno di loro ha fatto quest’opera, e per farlo ci ha messo otto lunghi anni. Ma la cosa divertente è che non è ancora finita, nell’era Espansa il bidello scrive su Twitter mostrando alle persone cosa sta facendo, e quelli si appassionano, mentre lui instancabile continua il suo labirinto. Se volete seguire anche voi il work in progress, prego: @Kya7y

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Ovviamente si ringrazia Christopher.

Firewall

A v0lte ho come l’impressione che ci troviamo di fronte una nuova era, che siamo all’inizio di una sperimentazione di forme e linguaggi del tutto nuovi. E come principianti proviamo, sbagliamo e riproviamo di nuovo. Molte voci si alzano indignate verso questi tentativi di allontanarsi dal preesistente per lanciarsi verso l’ignoto, ma personalmente diffido dalle persone che non hanno il coraggio d’immaginare l’impossibile. Solo chi ha il coraggio di pensare in modo nuovi potrà vedere albe differenti. Ecco perché voglio dedicare spazio all’ultimo lavoro di Aaron Sherwood, Firewall. Una sottile lamina di spandex, una membrana che si dilata al tocco dell’interlocutore e grazie ad esso si anima. Un’interazione fra macchina ed essere umano, visivo e sonoro, arte e tecnica.

L’opera vive del tocco del fruitore e la musica cambia in base al tocco stesso, grazie al Kinect che registrando la profondità della deformazione della membrana modula l’intensità della musica. Sherwood ha realizzato quest’opera all’interno di un percorso di ricerca che lo  porterà nel giugno del 2013 a presentare al pubblico una performance, Mizalu, in cui dei ballerini interagiranno con una grande pellicola di spandex nel tentativo di riflettere sugli spazi interstiziali fra vita e morte.

Transmedialità, convergenza chiamatela come volete ma il concetto di fondo non cambia. Nella fusione di più media nascono oggetti incredibili. A me continua a venire in mente la mia professoressa dell’università che il primo giorno di lezione ci disse:

I bastardi (nel senso i meticciati, i misti, il né carne né pesce) beh salveranno il mondo.

 

Carsten Nicolai

Unidisplay è l’ultimo grande lavoro dell’artista tedesco, Carsten Nicolai, ospitato dal Hangar Bicocca. Sei monitor affiancati per una lunghezza complessiva di 50metri, chiusi fra due specchi. Giovedì 29 novembre l’artista ha animato la sua creatura allestendo un live di circa un’ora avvolti nella musica dai bassi roboanti e allucinati dalle composizioni visive.

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Un grande meccanismo che mi ricordava vagamente la complessità del mondo, dissezionata nelle sue parti analizzando il rapporto frenetico fra immagine e suono. Giochi di rifrazione, illusioni ottiche, contrasti cromatici. E ancora frequenze sonore che impazziscono graficamente, grandi shock cromatici associati a suoni dissocianti. Modularità e dissoluzione del modulo, fra ritmicità e dissonanza.

Gli specchi amplificano il gioco creando una serie infinita, una partitura estesa in cui perdersi. Un’ora in cui rimanere immersi, travolti da un’altra rappresentazione spazio-temporale. Tuttavia quella stessa modularità e il tentativo di fusione tra suono e sua rappresentazione grafica non riesce a giungere a una compiutezza che le dia un senso ulteriore che il mero esercizio tecnico.

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Se  per i primi venticinque minuti ho avuto l’impressione di assistere ad una grandiosa rappresentazione del mondo nelle sue parti, di essere insomma di fronte ad un’opera d’arte; confesso che il gioco poi si sia svilito ripiegandosi sull’attesa di colori edibili e divertenti effetti grafici. Ho avuto il dubbio di trovarmi di fronte ad un BEL dj-set, forse con tutti quei bei monitor si poteva osare un poco di più e lanciarsi in nuove rappresentazioni.

 

Gender

Vi capita mai di imbattervi in un’idea simile? O peggio ancora in qualcosa che si somiglia davvero tantissimo? E voi a scervellarvi per cercare di capire come stanno le cose, dove stanno i confini. Chi è cosa. Tempo fa mi imbattei nel lavoro di JJ Levine sui generi. E’ il tema principale di quasi tutti i suoi lavori, analizza e scandaglia le relazioni, i luoghi comuni, le identità e le loro esternazioni. Nel progetto Switch l’artista canadese chiede di posare a coppie di suoi amici, invitandoli a scambiarsi i ruoli e immortalando il risultato.

 

 

Personalmente ho avuto serie difficoltà a dire con certezza chi è uomo/uomo e chi è donna/donna, e forse anche le coppie fotografate si sono divertite a mettere a soqquadro  le condizioni di ruolo e di forza in gioco tra di loro. Tutte le volte che guardo queste foto mi stordiscono. Ecco la bio di JJ Levine:

JJ Levine is a Montreal-based genderqueer artist who works in intimate portraiture. Levine received a BFA in Photography and Interdisciplinary Studies in Sexuality from Concordia University. In addition to pursuing a career as an artist, Levine gives haircuts in a bowtie workshop in Montreal’s gay village and all over the world.  Levine’s photography explores issues surrounding gender, sexuality, self-identity, and queer space.

Invece oggi saltellando allegramente nel grande mare ho trovato un altro lavoro, sempre su questo tema e praticamente uguale. Si tratta di un serie fotografica di Hana Pesut, anche lei canadese e anche lei giovanissima come JJ Levine.
L’idea è praticamente la stessa, scambiarsi i vestiti e scambiarsi i ruoli e anche il titolo del progetto,Switcheroo, è praticamente uguale.

L’effetto e l’intensità sono totalmente diversi.

Hana is a self-taught photographer raised in a small town in the mountains and currently living in Vancouver, Canada. Her main focus in photography is the “little moments” that people sometimes miss and later wish they had captured. She hopes to inspire others to take more photos in their day to day life.

Chissà se c’è una terza fotografa canadese che fa posare coppie di amici e poi gli fa scambiare i vestiti, chissà poi perchè quest’idea così precisa…avranno avuto lo stesso docente? E’ un’idea banale quella che hanno avuto entrambe? O siamo davvero mentalmente limitati?

Cyprien Gaillard

Questo qui sopra è Cyprien Gaillard, classe 1980 francese anzi, peggio, parigino. Si è formato in Svizzera e attualmente è uno degli artisti più chiacchierati della sua generazione. Forse è perché in occasione della sua personale, al KW Institute for Contemporany Art di Berlino la scorsa primavera,  creò un opera “sull’arte del bere”, ovvero The recovery of discovery. Una gigantesca piramide di scatoloni di birra in cui gli spettatori…beh dovevano solo sedersi a bere una birra e chiacchierare  (cosa che viene molto bene ai berlinesi, bisogna dirlo). I parrucconi hanno detto che quella roba non era arte e Cyprien era, orrore, ubriaco. I parassiti gongolavano in un angolo sfregandosi le mani. Qualsiasi sia il vostro vessillo, è doveroso ammettere che questo tipo ci sa fare. Fondamentalmente per due motivi molto semplici (ma forse difficili proprio per questo): punto uno fa delle belle foto, dei bei video e anche le incisioni e le altre stronzatine per arrotondare (acquarelli, lavori su carta, ecc…) non sono male; punto due il suo lavoro ha un senso, lui lo sa e lo spiega tranquillamente, senza divismi eccessivi.

Stringendo all’osso la sua poetica si può dire che Cyprien lavori essenzialmente su due temi ovvero le utopie moderne e il romanticismo urbano, che sono poi in effetti strettamente connessi. La sua attenzione si concentra su gli edifici in procinto di essere demoliti, quei ruderi che riempiono le città di mezzo mondo. L’artista spiega che sente una fascinazione verso questi resti del passato molto simile a quella che provavano i pittori francesi del Settecento, i Rovinisi francesi. Questa connessione è ben evidente anche nelle sue incisioni, acqueforti paesaggistiche in cui spuntano  alcuni degli edifici tanto amati.

Non so voi, ma a me fa piacere sapere che c’è qualcuno nel mondo che è riuscito a formulare e a costruire una poetica su questo argomento, che personalmente ho sempre sentito mio. A questo tema della rovine si lega del resto anche il prossimo progetto dell’artista francese, raccogliere le rovine degli edifici demoliti e costruire un parco nel sud della Francia per ospitarle, un po’  come facevano quei romanticoni francesi nel Settecento. Il tema del romanticismo urbano è evidente nello sguardo stesso di Gillard che da uomo del proprio tempo instaura un dialogo bizzoso con la natura naturale e la natura trasformata dall’uomo:

Scegliere di riprendere questi spazi abbandonati è un atto che col tempo si è caricato di un altro significato. Molti paesi europei hanno adottato delle assurde politiche di bonifica che comportano la distruzione o la totale ricostruzione di questi edifici. L’emergenza di questa situazione ha quindi spinto il mio lavoro oltre i confini della pura attrazione, perchè potrei essere uno degli ultimi a documentare l’esistenza di queste “rovine”

Innegabile anche il legame con la Land-Art; il primo libro del ragazzo s’intitolava proprio “La Land-Art non è morta” segno evidente che la sua formazione deve tanto a questa corrente e infondo come dice lui stesso:

Penso che l’unica dimensione utopica del mio lavoro sia il suo essere prodotto al di fuori degli studi, dei laboratori, in uno sforzo (che condivido con la Land Art) di riconciliare il mondo dell’arte con quello reale

Gaillard lavora molto anche con il video e, oltre a testimoniare la demolizione degli  edifici e altri lavori sempre connessi al tema delle rovine, nel 2002 ha cominciato  una serie di cortometraggi.

S’intitolano tutti  Real Remnants of Fictive Wars, in  sintesi l’artista mette in scena delle  nuvole di fumo che appaiono all’improvviso e in modo parecchio inquietante all’interno di bucolici paesaggi (state buoni lui l’ha fatto nel 2002, il nugolo di hipster nel 2012…) Ecco la sua illuminante spiegazione del progetto:

La nube che si forma da questi estintori cancella letteralmente il paesaggio. In seguito questo viene ridisegnato, quasi come se la nube, che un momento prima lo ha annichilito, lo riportasse in vita e gli conferisse una dimensione più profonda. È qualcosa che ha a che fare con il processo di rappresentazione. Moltissimi paesaggi non sopravvivono a questo processo e, anche se possono essere stupendi, una volta che sono catturati e rappresentati da un artista muoiono. Il mio intervento distrugge il paesaggio ma in realtà gli permette di sopravvivere alla sua rappresentazione.

Se siete giunti fino alla fine di questo “articolo” vuol dire che o siete miei amici oppure vi interessa davvero Cyprien Galliard. Se è il secondo caso vi informo che potrete vedere i suoi lavori live a partire dal 13 di novembre alla Caserma XXIV Maggio in
via Vincenzo Monti, Milano, grazie all’intervento di quei simpaticoni della Fondazione Trussardi.

Si ringrazia Mousse per esistere e per le sue bellissime interviste, da cui ho preso gli interventi di Gilliard.