EUROTOUR

(Per una completa fruizione si consiglia l’ascolto di Mondo by Electric Guest)

Berlino Kottbusser Tor verso Wittenau

Hanno lo sguardo annoiato delle scimmie in gabbia. Interessantemente vago. I musetti tirati dagli chinon alti e compatti .Poi  capelli finto sbarazzino che accarezzano le guance. Miele, cioccolato, caffè e rosso erotico. Giocano con i piedi calzati da scarpette di vernice e calzini bianchi corti o neri lunghi fino a sotto il ginocchio. Stivaletti di pelle venduti già consumati, non c’è il tempo. Ondeggiano le loro gonne nere al vento del tunnel oscuro e si stringono sotto il braccio le bellissime ma scomode pochette. Hanno gli occhi poco truccati e sono un po’ raffreddate nei loro eleganti cardigan cascanti. Tengono le gambe ben dritte, il retro delle ginocchia abbrustolito, teso e invitante. Un piede dondola sulla punta, oscillano, si storcono, accavallano, incrociano. Trasudano difficoltà e slanciano le gambe fasciate nei jeans stretti. Rosa, ecrù, giallo paglierino, verde tenero. Mi accecano di luce, piene d’energia. Ognuna vuole essere sé stessa. Ognuna vuole essere unica, nel modo in cui sono uniche le sue amiche e quelle un po’ meno simpatiche. Soprattutto quelle un po’ meno simpatiche. Eteree nelle loro camicette di viscosa che si spaccia per seta. Piccole civette dagli occhi enormi quando ti guardano con la bocca rossa a cuore. Hanno paura, ogni tanto. C’è una dea con dei leggings argento, scarpe di cuoio consunto e un’impermeabile anni Ottanta, comprato lo scorso autunno da H&M. Fruga nello zaino in tela alla ricerca dell’iPhone. La sua collana, l’orologio a medaglione, dondola nel vuoto. Non ci casca più nessuno. Fuggite dai billboards che tappezzano la grande città, libere; si aggirano un poco festose ma non troppo alla ricerca di sano extravagante divertimento. Lisce come l’interno delle valve. Ostrichette. Sono riuscite a mimetizzarsi l’una con l’altra. Dev’essere come stare all’interno di un caldo utero, qualcosa in cui stai comoda. Parlano tra loro e si danno il cinque alto, qualcuna è stanca e pur di non sedersi per terra girovaga svagata attorno alle amiche che parlano del ragazzo carino ma timido, troppo, che le ha chiesto cosa beveva.

Arriva la metro ululando. Schiacciano cortesi il pulsante verde e sciamano verso i sedili in finta lana. Splendidi nel loro rapimento quei tre, ubriachi. Le due ragazze non riescono a star sedute e continuano a sobbalzare con le loro collant dorate leopardate sul rivestimento mimetico dei sedili. I capelli si agitano attorno ai loro visi eccitati. Gli occhi colati. Lui, una soda bellezza. S’ appoggia al palo e ogni tanto la mano sorregge la testa ricciuta.Le dita affondano nei capelli. Le guarda con il sorriso dimenticato sul viso. Parla con una e l’altra alza la voce, lì divide ridendo. Lui sorride ancora, nella sua maglia a righe, nei suoi jeans un po’ cascanti, nelle sue Clark. C’è nel loro intenso lavoro di sguardi scambiati avidamente, imperiosamente languidi e trasversali, una bellezza che si rifrange nella luce al neon. Ed è come se tutta quella loro energia, incanalata in quel modo, apparisse totalmente ingombrante. Tanto da sembrare già passata. Già vecchia. Come se quel momento, quella sera di giugno trascorsa a bere birre nel Bӧcklerpark e mangiare una pizza in AdmiralStrße, fosse già passato nel momento stesso in cui accade. Li vedo vivere, come attraverso un vetro. Scorgo un sorriso che è già la Storia di quel sorriso. Affiora già su di loro il ricordo di quella sera in cui erano giovani, liberi e probabilmente in procinto di innamorarsi vicendevolmente, secondo quelle strane alchimie che portano talvolta all’ incontro di anime. Un attimo di perfetto equilibrio.

Parigi Belleville verso Nation

Un angolo della gamba infinita mi passa davanti mentre aspetto la metro nel caldo soffocante della profondità. Visi d’angelo dalle gote rosate incorniciati da capelli biondi intrecciati, mi sbattono in faccia la loro faziosa ricerca d’identità.Vestite con il MUST HAVE di Urban Outfitters, mixano con scioltezza passato prossimo e remoto, e sono adesso troppo vicine per vedere. Un ammasso informe di linee e tendenze, topos. Parole e aspirazioni. Desideri sopiti e sensi di colpa per l’inettitudine di essere, oggi. All star borchiate concludono gambe miracolosamente bidimensionali. Nuche fresche e appetitose. E i ragazzi ostentano sagge barbe. Bugiardi. Leggono belle riviste con la carta lucida, e postano sull ’ultimo scandalo politico. Nelle loro camicie di jeans e da boscaioli cortesi rivendicano il diritto di averlo saputo per primi. Ondeggiano da parte alla mia testa i pigolii modulati e controllati di due ragazzine con le code laterali, i loro sguardi persi lungo le pareti mentre si assicurano di avere ancora le chiavi nelle borse Naj Oleari. Quei tre seduti sulla panchina sotto la scritta Bellville blu. Le piastrelle bianche riflettono la loro energia invadendo la galleria di tremolii inaspettati. Una delle ragazze ha i capelli lunghi un po’ scompigliati, il parka aperto sopra il maglione incolore. Dorme abbandonata con la testa indietro; gli amici con i gomiti appoggiati alle ginocchia parlano e parlano. I vagoni sfilano veloci ma loro restano fermi. Le loro teste ondeggiano e come calamite si attraggono verso il centro, in un moto oscillatorio continuo. Il crocefisso al collo di lei dondola fra le sue ginocchia ossute mentre ogni tanto si spinge i capelli indietro. Sono ubriachi e ridono lanciando la testa indietro e le gambe in avanti. Hanno gli occhi ancora ben aperti e la bocca è sciolta. Lui ha una maglietta di Heaters piuttosto larga e sopra una giacca da college. Si gira guardare l’amica addormentata e raccoglie la sua bag in tela BREAD BERLIN scivolata per terra. L’altra si accende una sigaretta “Que s’est-il dire que la chanson di XX” chiede lui. Passa ritmica una ragazza sui suoi scarponcini. “Je suis allé au concert de XX”. La ragazza ancheggiando arriva all’uscita della stazione. “Quelle aventure!” Dalla bocca dell’ubriaca cola un miracoloso filo di bava; perlato le scivola giù per il mento. L’amica dagli occhi stanchi ridacchia e le dà un bacio sulla guancia. Labbra rosa un poco screpolate su pelle candida, morbide si deformano in rallenting al contatto con la guancia cedevole. Un abbraccio di carne. Lui le dice qualcosa con gli occhi già torbidi di desiderio. Lei sorride. Gli carezza il viso, stanca e un po’ lasciva. E lui si allunga e per la nuca l’attira a sé. Passano interminabili e ignorati i vagoni della metrò. Vedo frame di loro negli sprazzi di vuoto. La loro luce insopportabilmente forte riempie lo spazio e grida al futuro che non conta nulla. C’è solo l’odore e le pelli a contatto, e un’amica che dorme.

Più in là un ragazzo si accende una Camel mentre la sua ragazza vomita nel cestino tendendosi i capelli lontani dal viso.

Milano Piola verso Abbiategrasso

La giacca di finto cuoio che non si consuma sui gomiti, il cardigan sempreterno ereditato dal padre; sotto la camicia Linus batte un limone giallo. In piedi sulle gambe storte, sfoglia nell’iPhone la musica da ascoltare in metro. Il viso bianco dal sonno, occhi gonfi. Capelli spettinati. Pesa l’aperitivo casalingo di ieri sera. Non c’è spazio per lanciarsi nel vuoto. Non c’è spazio per avere paura. Non c’è spazio per farsi tradire dagli occhi, per fermarsi ad ascoltare qualcosa che si vuole ignorare. Non c’è spazio per ammettere di non sapere nulla, non c’è spazio per ammettere che non sappiamo cosa fare.

Aspetta la metro e guarda la ragazza poco lontana da lui con i pantaloni color senape e la giacca di jeans troppo grande. Quella si rifà la coda alta che poi arrotola attorno all’elastico. La guarda frugare nella bella borsa. Lei lo guarda e gli sorride. Lui abbassa lo sguardo sulle sue scarpe di cuoio delavè. Scalcagnate.

Guarda il suo telefono ma non arriva nessun messaggio e sono sempre le 8.55. Scorre annoiato i vecchi messaggi, nessun nuovo messaggio. Tutto tace, lui tace. Oggi ha un colloquio, un bel colloquio da raccontare con nonchalance alla ragazzina giusta in caccia di scopate famose. O che potrebbero divenire tali, chissà magari fra qualche mese in tempo per il Mi Ami Ancora. Oh sì lo conosco, simpatico sai, non se la tira per niente, tranquillissimo davvero. Davvero. Pensavo fosse Karl Lagerfeld. All’ultima gli ha raccontato che non riesce ad avere relazioni serie perchè si annoia subito, è così pieno di energia come poterla riversare su una cosa sola, una persona sola? Sotto quei riccioli ci sono troppe idee, come può la realtà starci dietro? L’importante sono le idee, l’importante è avere sempre qualche cosa da fare, giornate in cui devi correre in giro per la grande città che ti ansima nell’orecchio e ti spinge addosso tutti gli altri. In un fiume che esce da Centrale tra le 8.20 e le 9.50. Sono preso, presissimo. Non ho tempo per fare niente, ho troppe cose da fare. Avere sempre una buona storia da raccontare, il pubblico deve ridere. Bilanciare le stronzate e la verità.

Una ragazza dai capelli corti  ossigenati passa volando nella sua camicetta a fantasia civette. L’importante è trovare le persone giuste. Quelle che ti aprono le porte. Cosa faresti tu se potessi fare quello che vuoi? Vorrei avere dei soldi, più soldi, tanti soldi. Per fare cosa? Per non fare nulla. D’una sincerità brutale nella sua abiezione.

Arriva il vagone, si sente il suo lamento lontano e poi i fari che diventano sempre più vicini. Guarda la gente passargli davanti veloci. Si aggiusta i capelli e si guarda attorno. Due ragazze arrivano correndo, risuonano i tacchi spessi degli stivaletti. Fermo. Si aprono le porte. Dentro. Sceglie un angolo a caso e si sistema le cuffie nelle orecchie. Scarpe da bambola in vernice nera, la caviglia sottile che s’innesta nel piede giallino per la calza color carne, una ragazza cinese lo guarda negli occhi. Si turba, abbassa lo sguardo. Si fruga nelle tasche dei jeans. Prende il cellulare. Meno male un messaggio. lo legge mangiandosi un’unghia. Si guarda brevemente attorno cercando la risposta. Ehi, sì, no, non lo so, boh, sì certo, ovviamente. Ma certo. Scusa ti ho scopato, siamo ancora amici no? Che vuol dire ancora amici? Non capisco cosa intendi, scusa.

Eravamo ubriachi, certo. Non dirle niente. Ma certo, ovviamente. Mi dispiace. Anche a me. Non dirle niente. Non possiamo dirglielo. Certo. Siamo amici. Siamo tutti amici. Lei si è addormentata. Non riuscirò a non dirle nulla. Devi stare zitta. Non ti voglio più vedere. Credo di essermi innamorata di te. Non sai quel che dici. Anche lei è innamorata. Vattene. Si guarda attorno con gli occhi orbi. Rimette via il telefono senza rispondere. Ho perso il telefono, non ricordo più dove l’ho messo. Andrà bene, andrà tutto bene. Un giorno dopo l’altro.

Una ragazza si alza in piedi con l’ultimo vestito dell’estate che le ondeggia attorno alle gambe per l’ultima curva prima della fine della sua corsa.

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